Le vittorie più belle

Nel podismo ci sono le vittorie belle e quelle più belle… Quelle belle, sono racchiuse nei cassetti e nelle bacheche, e brillano di una luce che nel tempo non si affievolisce; quelle più belle, sono custodite nei cuori e nelle menti degli amici che abbiamo accompagnato, affinché potessero conseguire i loro obiettivi. Quelle belle, sono tangibili e visibili, si toccano e si vedono ogni volta con piacere;  quelle più belle, sono intangibili ma ben visibili, negli sguardi riconoscenti degli amici. Quelle belle, fanno curriculum; quelle più belle migliorano la vita.                                                                                   

 

Nel podismo le vittorie belle sono quelle volte che siamo saliti sul palco per ricevere un premio di categoria o un attestato cronometrico di caratura regionale. Ma nel podismo le vittorie più belle sono quelle che nessuno conosce, tranne i diretti interessati…

Massimiliano. Si era alla fine degli anni ’90 e ci si accingeva a correre una gara i 10 km. Si avvicina l’amico Massimiliano e mi chiede se lo posso accompagnare, per farlo correre (finalmente) a 4’ al km. Lui, fino a quel momento non ci è riuscito: forse perché lavora fuori regione e non può allenarsi regolarmente. Ma con me a dettargli il passo è sicuro di riuscirci. Gli leggo negli occhi una sincerità profonda e un’amicizia più che decennale, che non mi fanno neanche per un istante desistere. Al diavolo il premio a squadra che il mio rassicurante 36’ avrebbe garantito. Quella mattina valevano più le parole dell’amico Corsi, con lui sempre al fianco, in 40’ precisi… Nemmeno il mio presidente, all’arrivo, mi rimproverò: tutti fummo partecipi di una vittoria bellissima.

Pasquale. L’amico Pasquale non era alla sua prima maratona. Ma non era ancora riuscito a battere la barriera delle 3h e 30’. Inoltre, quando la terminava, era sempre molto stanco. Mi chiese se potevo allenarlo per una maratona. Il suo scopo era quello che tutti in squadra già conoscevamo. D’altronde il suo lavoro (autotrasportatore) era impegnativo (oggi si dice usurante). Infatti, lui mi diceva che non gli importava arrivare stanco, ma gli importava tantissimo infrangere le 3h e 30”, che gli sembrava un vero e proprio sogno. Cominciammo ad allenarci per la maratona. Lo aspettavo di sera quando lui tornava dal lavoro. Furono tre mesi molto intensi. Alla fine, 3h e 26’…! L’amico mio era raggiante, ma io più di lui. E poi mi diceva di non sentirsi neanche stanco! Era frutto certamente del suo entusiasmo: le vittorie più belle fanno dimenticare la stanchezza. Questo valse per lui, ma soprattutto anche per me!

Maria Grazia. La vidi triste e silenziosa in Vesuviana, dopo la maratona. Mi avvicinai a lei con discrezione. Le chiesi come mai stesse così… Mi rispose, dicendo che neanche stavolta era riuscita a scendere sotto le 3h e 15’… Lo disse ad occhi bassi, come a ripeterselo a sé stessa. Mi fece tenerezza, lei che correva e si allenava da sola e in uno spazio territoriale abbastanza ristretto (la villa comunale…). Le promisi che l’anno successivo l’avrei accompagnata durante tutta la maratona e che avrebbe coronato il suo sogno. Finì che a 100 metri dal traguardo la lasciai andar via per prendersi la sua standing ovation: era arrivata prima donna alla maratona, in 3h e 6’…! Ricordo ancora il forte applauso che le tributò la folla e il forte abbraccio che lei tributò a me.

Rosario. Ero stato fuori regione per un paio di anni. Al mio rientro la prima cosa fu iscrivermi ad una gara (10 km). Alla partenza i vecchi amici mi presentarono uno nuovo, dicendomi di accompagnarlo, perché non riusciva a tenere il loro ritmo. Gli chiesi di spiegarsi meglio. L’amico in questione partiva con loro, ma a circa metà gara cedeva. Capii che si trattava di un mantenimento di ritmo. Spiegai all’amico che ogni partenza è molto difficile, perché si ha tanta energia: bisogna distribuirla bene, Quindi, partenza sostenuta, ma non fortissima. Poi, quando il respiro diventa affannoso, correre bene, cioè con il corretto stile di corsa, perché a parità di sforzo, se si corre “bene” si va’ più veloci. Per tutto il resto, mai togliersi dal mio fianco, non indietro e non davanti, sempre al mio fianco. Mi confidò di non essere riuscito a correre i 10 km in 50’, perché a circa metà gara crollava. Gli dissi di non preoccuparsi. Corse in 50’ precisi, anche parlando. Gli dissi che alla gara successiva di 10 km, corsa da solo, avrebbe fatto meglio, perché ormai aveva capito come si faceva. Al traguardo, raggiante come se avesse vinto la gara, mi promise una pizza pagata. Pizza che sto ancora aspettando. Però non mi lamento: mi accontento della “squisita” amicizia che ancora ci lega.

Potrei continuare… Magari un’altra volta….

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