Motivatore e mental coach, nel podismo

La vasta gamma di personaggi che ormai fa’ parte integrante del nostro modo di vivere, e anche di correre, contrassegnato dai social, non lascia inesplorato il campo dei podisti… Siamo un po’ salaci, perché negli ultimi tempi avvertiamo un senso di disagio a leggere sui social ammonimenti, consigli e suggerimenti, a vario titolo… Nel senso che chi commina tali consigli, o certe sapienze dal sapore squisitamente tecnico, non sempre si ritrova nel suo curriculum vitae i titoli per farlo… Uno di questi personaggi, spesso lo vediamo oscillare fra la posizione del motivatore e quella del mental coach. Facciamo chiarezza, almeno cerchiamo di farla, in base alla nostra esperienza podistica, che ormai sfiora i 40 anni…   

Cominciamo con una distinzione: tutti possono diventare motivatori, ma non tutti possono diventare mental coach. Per diventare motivatore, occorre una certa capacità specifica, mentre per diventare mental coach occorre anche una capacità certificata. In effetti, le due figure sono distinte, la prima, da una competenza personale e, la seconda, da una competenza professionale. Possiamo fare due esempi, per una migliore esemplificazione. Nel film “Ogni maledetta domenica”, Al Pacino, nei panni dell’allenatore della squadra di football americano Tony D’Amato, è il motivatore (celebre la scena del discorso alla squadra prima dell’incontro decisivo). Nicoletta Romanazzi, invece. È la mental coach che fece letteralmente esplodere Marcell Jacobs alle Olimpiadi di Tokyo (facendolo conquistare un oro clamoroso nei 100 metri piani).

In altre parole, il discorso del motivatore Tony D’Amato richiede una capacità prettamente umana e particolare, legata strettamente ad un preciso contesto, spesso non riproducibile. Mentre l’azione di Nicoletta Romanazzi richiede dei titoli anche accademici, frutto di studi ufficiali, e si può riprodurre in altri ambiti e con altri atleti. L’azione del motivatore è quindi eccezionale, ma quella del mental coach è universale.  

 

Possiamo anche concludere dicendo che l’azione del motivatore, utile e preziosa quanto si vuole, non è necessariamente richiesta, mentre quella del mental coach, altrettanto preziosa se non di più, lo è. Insomma, stiamo dicendo che oggi come oggi basta affacciarsi in un qualsivoglia social che si è subito investiti dai motivatori… I quali stanno là, a ricordarci che abbiamo bisogno di stimoli esterni, per potere affermare e consolidare la nostra autostima. Come se non fosse la nostra personale esperienza a costituire la base della nostra efficienza. Come se avessimo sempre bisogno di un aiuto esterno, per poterci esprimere al meglio, per poterci meglio regolare nella nostra pratica sportiva.

Ah, quanto preferiremmo, al posto del motivatore, il suggeritore….    

 

 

 

 

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