I 195 metri più belli del podismo

Le distanze delle gare sono scandite dai metri o dai chilometri che le caratterizzano. Anzi, il sostantivo quasi scompare del tutto di fronte alla classificazione metrica. Così, ormai è in uso dire di correre “una dieci Km”, o un “cento metri”, o una 21 km”, o un “quattrocento metri”, e via dis-correndo…; quasi a significare che sono i metri, o i chilometri, da percorrere a determinare lo stautus delle gare, la loro specificità. Certo, è un gergo, anche abbastanza ovvio e simpatico. Però, forse si perde di vista qualche aspetto della vita podistica in gara che andrebbe, al meno ogni tanto, messo in risalto. Un esempio? I 195 metri finali di una maratona. Ne vogliamo parlare?

Senza voler necessariamente riper-correre la vera storia dei 195 metri, anzi dei 2 km e 195 m, quella che vide per così dire il capriccio della regina d’Inghilterra la quale volle che la gara (anno olimpico 1908), fino a quel momento di 40 km, terminasse in coincidenza del suo palco reale e della concomitante nonché “incredibile” impresa di Dorando Pietri, c’è da dire che esistono le gare cosiddette “spurie”, sulle varie distanze (e per questo non omologate) che vengono di tanto in tanto disputate da atleti di livello che vogliono testarsi. Ma nessuna di queste può, neanche minimamente, rapportarsi ai 195 metri che stiamo discutendo, perché appunto la preparazione a cui alcuni atleti si sottopongono non prevedono in modo tassativo l’inconsueta distanza. Invece, questi benedetti 195 metri, sono un qualcosa, si può dire al tempo stesso, previsti e imprevisti. E forse risiede proprio in ciò la magia che li accompagna. Mettiamoci nei panni di un maratoneta…

Di qualsiasi livello egli sia, si è preparato da circa quattro mesi. Può essere la sua prima, o la sua trentesima, non importa: la fatica, la determinazione, l’imperturbabilità di correre con il freddo o con il caldo, il correre qualche lungo e un lunghissimo, il provare “quella” scarpa da usare in gara, il mangiare esclusivamente ciò che  prevede la dieta in questi casi, il dubitare di non potere essere all’altezza, eccetera eccetera. Tutto questo, prima. E… durante? Non si può descrivere ai podisti, perché si “corre” il rischio di essere retorici. Lo si può solamente dire a chi non ha mai corso una maratona. I primi chilometri sono belli… Si è presi da una certa tensione, d’accordo, ma si sente anche una consistente padronanza nei propri mezzi. Poi, via via che scorrono i chilometri e la fatica comincia a serpeggiare, anche quella di tenere e mantenere il ritmo preposto, aumenta per così dire la “concentrazione” su quello che si sta facendo. E quindi non si ha tempo per gustarsi il paesaggio, di rispondere al saluto di qualche spettatore, di bere non rilassatezza al ristoro, e cose di questo tipo. L’attenzione è al massimo, così come le gocce di sudore. Si ha un attimo di sollievo, quando si superano i 21 km. Si pensa: ora è solo il ritorno, l’andata è… andata… Però, il sollievo dura poco, perché si avvicina il “muro”… Cos’è il muro? Eh eh eh eh eh eh eh eh eh… Come si fa’ a spiegarlo… E’ un muro, un impedimento a procedere, un tirare fuori le unghie e gli artigli, le unghie del corpo e gli artigli dell’anima… Durante e dopo il muro, si cerca sulla strada la segnalazione dei chilometri, dato che la concentrazione dello sforzo che si compie richiede la massima attenzione. Durante questi… chilometri interminabili… si cerca con ansietà il numero 4…, che sembra non arrivare mai e si arriva a pensare di aver fatto una scelta sballata…, quella di preparare una maratona. Quando il numero 4 appare, va’ un po’ meglio, si apre uno spiraglio di speranza, che la sofferenza possa finire. Ma quando accanto al numero 4 si vede il numero 2…, ecco l’apoteosi…! Come d’incanto, scompare la stanchezza! Anzi, sentiamo un brivido di energia che ci pervade per intero. Abbandoniamo all’istante quel cattivo pensiero che ci aveva preso di rinunciare a correre un’altra maratona e… già pensiamo alla prossima!

Conoscete voi una cosa nel podismo più bella di questi 195 metri?

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