Cosa dire delle “vaporfly”?

Cosa sono le vaporfly, ormai, lo sappiamo tutti, almeno nella versione per così dire ufficiale, vale a dire da quando hanno fatto la loro prima apparizione ai piedi del keniano Eliud Kipchoge, in occasione dello storico primato, quale primo uomo ad abbattere il muro delle due ore in maratona, in quel di Vienna, addì 12 0ttobre 2019. Le vaporfly sono delle scarpe da corsa, o da running, per dirla alla maniera di noi appassionati di podismo, sempre più numerosi, esigenti ed informati. A noi, infatti, non era sfuggito il notevole impatto delle vaporfly nell’ambito delle costruzioni di scarpe sportive mediante il battage pubblicitario che aveva preannunciato il tentativo dell’impresa per il raggiungimento della quale erano stati necessari mezzi economici notevoli (un’importante casa farmaceutica inglese), l’ingaggio di atleti d’elite (disposti a cuneo e a turni per  accompagnare Kipckoge nella maratona) e, a parte qualche ritrovato tecnologico, e perfino meteorologico, ampiamente pubblicizzato, una dotazione tecnica alle scarpe impiegate di assoluta novità, al limite anch’essa, come per l’uomo, delle proprie possibilità. Ecco perché, si era subito parlato di primato, non di record, in quanto il risultato della gara, viste le situazioni che lo avevano determinato, non poteva essere omologato.

Ma cosa sono, tecnicamente, le vaporfly? A vederle, hanno una suola molto alta, più delle A3, le scarpe per atleti non proprio snelli e che si raccomandano (sbagliando) a chi ha problemi diciamo così di ammortizzamento nella fase di appoggio del piede; e, come tutti noi sappiamo (e chiunque può facilmente immaginare), per questo motivo il loro peso si attesta fra i 320-340 grammi, il che non è il massimo della leggerezza, dote sempre ricercata dai praticanti. Ma la suola molto alta delle vaporfly, diciamo anche vistosamente alta, unita alla reclamata leggerezza del prodotto che non supera i 200 grammi, cosa vorrà dire?, ci chiediamo… La Nyke si è affrettata a dichiarare che all’interno dell’intersuola, che è il cuore della scarpa, dove si decidono elevate percentuali tecniche delle scarpe in quanto ad elasticità di risposta reattiva della spinta del piede, si trova una piastra in fibra di carbonio. Ed qui che siamo un tantinello basiti: come possa una sottilissima piastra in fibra di carbonio giustificare una suola tanto alta, facciamo fatica a comprenderlo. Siamo ugualmente sbalorditi e pensosi, allorché notiamo che identico volume di prodotto avvolge la scarpa ben oltre il limite della conchiglia, anche se la parte si rivolge verso l’alto, quasi a voler facilitare l’impatto col piede sul tracciato e a favorire il ritorno di energia della falcata.

Tali nostre perplessità, devono aver suscitato molte persone, specialmente quelle deputate al regolare svolgimento delle competizioni, ove è fatto divieto ogni forma di doping, cioè la possibilità di alterare i risultati con qualsiasi mezzo non regolamentato. Come ci aspettavamo, la federazione internazionale (World Athletis) ha studiato la faccenda e pochi giorni fa ha emanato il risultato di un suo primo studio e di una relativa decisione, riservandosi tra l’altro di proseguire nell’indagine. Sebastian Coe, il presidente, ha espresso l’intenzione del Comitato per la tutela delle competizioni internazionali e la salvaguardia delle innovazioni tecnologiche che pure devono esistere nel mondo dell’Atletica, pur senza ovviamente minarne i presupposti di lealtà sportiva (mettere tutti gli atleti nelle stesse condizioni di partenza).

Ma, in sintesi, cosa è stato deciso? Vediamo un po’… Ogni nuova scarpa deve essere prodotta almeno 4 mesi prima della competizione e deve, per tanto, esserne dallo stesso periodo di tempo commercializzata, vale a dire utilizzata da chiunque lo voglia. Altrimenti, come è successo nel caso del primato di Kipchoge alla maratona di Vienna, la scarpa viene considerata prototipo ed esclusa dalla possibilità di partecipare alla competizione. Scendiamo in qualche dettaglio… La suola non deve superare i 40 mm e la piastrina rigida incorporata nel mesopiede (di qualsivoglia materiale essa sia) non può essere più di una, affinché non occupi l’intera lunghezza della scarpa. Si precisa che la piastra potrà essere costituita non da una sola parte, ma che le varie che si dovessero prevedere non possono essere sovrapposte, cioè dovranno essere collocate su di un unico piano (non potranno, come si dice, essere impilate o in parallelo). E’ concesso l’uso di una piastrina   suppletiva, solo nel caso delle scarpe chiodate, per pista o per cross, per consentire l’applicazione dei chiodi. Le scarpe potranno anche essere personalizzate, ma solo per motivi estetici o medici. Infine, i giudici di gara potranno in ogni momento, se avranno un ragionevole dubbio, esaminare le scarpe al termine di qualsiasi competizione.

E’ proprio in quest’ultimo punto che si addensano i nostri dubbi: come potranno i giudici avere un ragionevole dubbio dalla semplice osservazione delle scarpe? Certamente non prima, ma dopo lo svolgimento della competizione stessa. Una scarpa può essere stata prodotta 4 mesi prima, però può celare al suo interno una qualche irregolarità che solo ad un’ispezione successiva si potrà rilevare… Arriveremo a un punto simile al controllo antidoping delle urine e del sangue…? Ma espletare un bisogno fisiologico…, o sottoporsi a un prelievo… non costa quanto una… “lacerazione a fini ispettivi”… di una scarpa tecnologicamente avanzata… D’altronde, S. Coe lo ha già detto, e noi ne sposiamo le intenzioni…; che la Federazione intende vigilare ulterioremente…, che vuole garantire il progresso tecnologico dell’abbigliamento sportivo (che non può e non deve arrestarsi) abbinato ai valori dello sport della leale competizione fra gli atleti. Ma abbiamo il fondato sospetto che si verificheranno numerosi casi di dubbia liceità. E che, nel migliore dei casi, i costi della lavorazione di scarpe altamente innovative ricadranno sulle persone più deboli economicamente, cioè i semplici amatori (che spenderanno più soldi per inseguire la loro passione) e gli operai (spesso minorenni) ai quali non sarà riconosciuto un salario migliore.

 

 

 

 

 

 

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