La resistenza alla velocità

La terminologia podistica è molto vasta, forse troppo, perché negli ultimi anni ha fatto registrare tante nuove espressioni e modi di dire da costituire una vera e propria materia specifica, con il suo giusto e appropriato lessico descrittivo. Tuttavia, la variegata e approfondita terminologia, se da un lato attesta un meritato status, da un altro può tendere a produrre confusioni nel podista che non fosse del tutto attento nei suoi approcci teorici. Uno di questi casi, ad esempio, può essere la lettura dell’espressione “la resistenza alla velocità”. In essa, come si può facilmente intendere, esiste una sorta di dualità, poiché una cosa è la resistenza, altra è la velocità, una cosa inerisce la capacità del correre più a lungo possibile, altra la capacità del correre più veloce possibile. Soffermiamoci un po’ su questo argomento.

In realtà, il podista che si approssima a questo obiettivo, “la resistenza alla velocità” per l’appunto, vuole semplicemente migliorare il suo rendimento in gara, cioè correre nelle competizioni ad un ritmo più veloce. Allora, non bisognerebbe dire “la resistenza alla velocità”, bensì “la capacità di resistere più a lungo ad un ritmo veloce”. Oppure, poiché viviamo in un’epoca che opera per sintesi (non solo in Atletica, purtroppo), sarebbe il caso si dicesse: “la capacità di resistere ad un ritmo veloce”. Ma anche così ci “corre” l’obbligo di osservare che, ad esempio, una cosa è lavorare per migliorare tale capacità in una gara di velocità su pista, altra di mezzofondo, altra ancora delle classiche gare di 10 km su strada e altra cosa infine, quelle di fondo prolungato come la Mezza e la Maratona. Quindi, è del tutto pacifico che il concetto di velocità che s’intende perseguire dipende dal tipo di podista. Un centometrista, cioè, non si allenerà come un maratoneta; e non perché al primo interessa la velocità mentre al secondo la resistenza, ma perché le basi su cui poggiamo i loro programmi sono completamenti opposti. Tanto per parlare in modo quasi banale, al velocista la sua costruzione muscolare gli servirà ai fini dell’esplosione del gesto, destinato a durare pochi secondi; mentre quella del maratoneta avrà la funzione di consentire una contrazione muscolare meno enfatica ma più duratura. Ciò vuol dire che la falcata sarà, nel primo caso, ampia e, nel secondo, ridotta. E poiché stiamo parlando di velocisti e di maratoneti, ecco un curioso dettaglio, relativo alla cadenza da tenere sui 100 metri, nel caso si volesse essere sprinter o fondista. Sembra del tutto chiaro che (fatta una rapida verifica sulle proprie potenzialità): il primo riquadro riguarda esclusivamente gli atleti che abitualmente corrono su pista; il secondo, esclusivamente gli atleti di alto livello che corrono su strada; il terzo, esclusivamente gli atleti di un certo livello che corrono su strada; il quarto, tutti gli atleti che corrono su strada.

100 metri in 15”

100 m – 15”

200 m – 30”

400 m – 1’

800 m – 2’

1000 m – 2’ 30”

100 metri in 20”

100 m – 20”

200 m – 40”

400 m – 1’ 20”

800 m – 2’ 40”

1000 m – 3’ 20”

100 metri in 25”

100 m – 25”

200 m – 50”

400 m – 1’ 40”

800 m – 3’ 20”

1000 m – 4’ 10”

100 metri in 30”

100 m – 30”

200 m – 1’

400 m – 2’

800 m – 4’

1000 m – 5’

Infatti, quando si vuole veramente capire a quale “categoria” si appartiene, un utile test non è tanto quanto tempo s’impiega a correre 1.000 metri, quanto 100 metri. Certo, esistono “stazioni intermedie” fra i quattro punti. Un podista può percorrere i 100 metri in 23”, ad esempio. E allora come si fa’? E’ semplice, basta munirsi di una calcolatrice… Battute a parte, è vero, si scende di più nei particolari numerici. Un podista che corre i 100 metri in 23”, una gara di 10 km la chiude quasi sicuramente sotto i 40’ (se non attua una tattica “suicida”, cioè partire troppo forte). Comunque, vorrà dire che dovrà porre la massima attenzione nell’impostare una tabella di preparazione che vada nella direzione auspicata, cioè quella di migliorare la sua “capacità di resistere alla velocità”. Cosa dovrà fare in concreto? Dovrà costruire una base aerobica forte, costruire una cosiddetta soglia anaerobica resistente, costruire uno stato di forza che gli permetta di ottimizzare al meglio l’ossigeno che utilizza. Il mezzo migliore sono le ripetute, che però vanno fatte con criterio. Si è detto “mezzo migliore”, non “unico mezzo”. E’ sbagliato infatti pensare che con le sole ripetute si possa andare più veloci. Vanno fatte anche svariate corse medie, sia per migliorare la potenza aerobica, sia per aumentare la capacità di correre in situazione di lattato e sia per migliorare la propria tecnica di corsa, difficilmente controllabile nella fase specifica delle prove di velocità.  Ed è anche sbagliato ridurre da subito il tempo del recupero fra le prove ripetute, riservandosi invece dopo circa un mese di verificare la possibilità di ridurlo progressivamente a ragion veduta. Ma è sbagliato soprattutto non riservare un congruo periodo di tempo, circa tre mesi, ad una fase annuale che non sia agonistica, cioè che non si gareggi ma che ci si prepari; una volta, infatti, ci si dedicava a quella che era chiamata “preparazione invernale”, durante la quale ci si potenziava con esercizi, cross e gare indoor.

Dunque, prendiamo per mano un podista “medio”, di età compresa fra i 40 e i 50 anni, che abbia in animo di migliorare il suo ritmo da tenere nelle gare su strada, dai 10 km… in su. Fatte salve tutte le cose dette finora, per prima cosa l’allenamento dovrà concentrarsi a minimizzare gli effetti di accumulo di acido lattico e, in un certo qual modo, familiarizzare con esso…. E’ possibile fare uso di distanze brevi (200 m e 400 m), nelle quali la velocità è massimale, o distanze lunghe (1000 m o 2000 m), durante le quali la velocità risentirà inevitabilmente di una certa difficoltà di esecuzione. Ovviamente, si tratterà di effettuare delle serie, le quali saranno sempre fatte precedere da un ottimo riscaldamento, della durata non inferiore ai 20’:

15×200 (rec. 1’); 10×400 (rec.2’); 8×1000 (rec. 3’); 4×2000 (rec. 4’).

Buon lavoro!

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