Il lato buono dell’infortunio

Nessun podista vorrebbe infortunarsi mai, questo è certo, così come è certo, però, che nessun podista potrà mai evitare di infortunarsi. Prima o poi capita a tutti i podisti, infortunarsi, e bisogna metterlo in preventivo. Se questa inevitabile realtà può essere sconosciuta ai principianti, non lo è di sicuro per tutti gli altri. A volte sembra perfino che il correre sia una lunga “compartecipazione” con l’infortunio… Ma è possibile che non ci sia nulla di buono in un infortunio…? Non si dice che la vita non è altro che un insieme di cose belle e brutte? Non si afferma che in ogni situazione c’è un pro e un contro? Allora, anche l’infortunio può e deve avere qualcosa di positivo…, al di là della rabbia (per non dire incazzatura) che ci prende al suo insorgere… Addentriamoci un po’ in questo argomento…; chissà, forse il farlo servirà a scongiurarlo…

Un possibile argomento a favore dell’infortunio, è che costringe il malcapitato a una sosta, la quale checché se ne dica, specialmente nei podisti di lunga lena, è un bene, un recuperare le energie; con la scusa di non poter correre si consente all’intero organismo, non soltanto alla parte interessata, di operare un salutare ripristino dell’efficienza sotto tutti i punti di vista, tranne… quello mentale… Un altro elemento che ci fa’ riflettere, tutto sommato, sulla bontà che un infortunio possa arrecare, è che il podista impossibilitato a correre, in effetti, aumenta la propria conoscenza corporea. Spesso, la causa invalidata mette in evidenza un osso, un tendine, un muscolo, di cui quasi si ignorava l’esistenza, o almeno la sua specifica importanza. Infortunandosi, il podista così amplia la propria dimestichezza con l’anatomia umana, cominciando ad acquisire una competenza altrimenti sconosciuta. E infine, altra considerazione positiva circa l’incidenza dell’infortunio ai fini podistici positivi, è l’aumentata consapevolezza del podista nei riguardi delle proprie caratteristiche fisiche, leggi limiti e possibilità, oltre le quali sarà in futuro molto saggio non andare… E questo, signori miei, si chiama “competenza”.

Insomma, è proprio vero: l’uomo impara molto nella sofferenza…, e si migliora…, se vuole.

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