La variazione di passo e il Nello sbagliato

Correre con gli amici, cioè allenarsi in gruppo, è sempre un’occasione per macinare km senza rendersene conto. Non solo. Come tutti i podisti ben sanno, è anche un bellissimo modo di fare 4 chiacchiere, pensate, senza necessariamente standosene al bar… E i discorsi che si fanno, uniti anche agli inevitabili e innocenti sfottò, forniscono sempre un contributo di conoscenza podistica, vale a dire che correndo non si parla mai a vanvera.

Stamattina ad esempio, correndo con Pasquale e con Nello, senza che nulla lo lasciasse presagire, abbiamo analizzato un atteggiamento della corsa che riveste un’importanza decisiva ai fini del miglioramento delle capacità individuali e della maggiore conoscenza delle proprie caratteristiche, che poi in fondo è il concentrato massimo di quello che si vuole ottenere dal podismo… Eravamo partiti… dal Nello sbagliato…, cioè dall’altro amico che ha preferito una diversa compagnia e un percorso geograficamente e non solo opposto al nostro. Si parlava della necessità di correre in allenamento, avendo bene impressa nella mente una certa tabella di preparazione, atta a produrre miglioramenti in itinere, cioè consentire al corpo del podista di acquisire quelle conoscenze necessarie per costruire una base partendo dalla quale è possibile programmare degli obiettivi di un certo tipo, in virtù per l’appunto della maturata competenza podistica.

Sembrava s’indugiasse troppo sulla tendenza di Nello a correre sempre forte in ogni allenamento, salvo poi ad arrivare stanco alla gara programmata, tra l’altro in linea con altri amici del nostro gruppo cittadino. Mi è sembrato opportuno, io, vecchio del mestiere, spendere qualche parola in difesa degli assenti. Innanzitutto, ho ricordato che la corsa riflette sempre le caratteristiche del soggetto interessato. Poi, che esistono comunque delle “regole generali” che accompagnano la corsa, ma che non sono e non devono diventare “regole assolute”, che cioè si deve sempre dare spazio a possibili aggiornamenti, teorici e pratici, sulla materia podistica. In altre parole, dicevo, che non mi si deve in alcun modo considerare un “vate” del podismo; non lo sono e non voglio esserlo. L’importante è che si corra, ci si diverta e che si sia sempre amici.

Però, mentre dicevamo queste cose, abbiamo impegnato una tratto di strada basolato, per cui ho invitato Nello a Pasquale a correre sul marciapiede: meglio i sanpietrini, ho detto loro. A questo punto Pasquale, vista la ristrettezza del marciapiede e pensando di fare bene, ha un pochettino accelerato, “prendendosi” subito un paio di metri rispetto a noi. Ho detto a Nello che intanto cercava di seguirlo, di non cambiare passo, perché il farlo gli avrebbe comportato una certa fatica e una conseguente e inevitabile stanchezza a procedere col passo programmato. Ho proseguito osservando che la variazione di passo è micidiale, sia che produca un’accelerazione sia che produca un rallentamento: in entrambi i casi si ha difficoltà a riprodurre la stessa andatura che si teneva in precedenza. Anzi, a dire il vero, il mantenere il passo in maniera costante e cadenzata, consente paradossalmente di non sentire la fatica, anche nel caso di una corsa più sostenuta, come può essere ad esempio quella di corsa media. Gli ho detto di non preoccuparsi, che non calcolando i 15’ di riscaldamento, avremmo chiuso l’allenamento in un’ora.

Quando siamo giunti alla fine dell’allenamento, ho schiacciato il cronometro, l’ho controllato e l’ho mostrato ai due amici: 1h 00’ 46”. Beh, ho sbagliato di 46”….

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