Scarico sì, scarico no

Il dilemma che segue la gara domenicale, di qualunque lunghezza essa sia, è se il giorno seguente si debba fare o meno lo “scarico”, se si debba cioè correre oppure no. C’è chi ritiene che il riposo sia la cosa più indicata (la maggior parte dei tecnici di riconosciuta competenza) e chi invece sostiene la necessità di non bloccarsi del tutto (la minoranza dei tecnici di limitata competenza, alla quale sento di appartenere), al fine di cominciare a riattivare il processo riparativo delle cellule compromesse dallo sforzo della gara, mediante appunto, una corsa molto blanda (decisamente più lenta della cosiddetta corsa lenta). La questione è aperta, anche perché la decisione finale spetta sempre al singolo podista visto e ponderato nella sua irrinunciabilità soggettività. Tuttavia, provo a farne una piccola disquisizione, senza ovviamente avere la minima pretesa di esaurire l’argomento.

Intanto, esistono due tipi di scarico, quello attivo e quello passivo. Mi spiego. L’attivo è quello che precede la gara, specialmente se è lunga. Esso è il decrescere dell’impegno negli allenamenti, per non arrivare alla competizione già con le “pile scariche”. Ad esempio, nella maratona, si chiama scarico il periodo dell’ultima settimana di preparazione. Cosa ben diversa, si capisce, dal secondo tipo di scarico, quello passivo, quello che segue la gara. In questo caso, è chiaro, si tratta di correre con minore intensità, perché l’organismo si trova già in una condizione di precarietà fisica; e si tratta quindi, essenzialmente, di recuperare (magari al più presto) una condizione fisiologica per lo meno accettabile. Ed è di questo tipo di scarico, infatti, che voglio dire qualche cosa, come ho indicato all’inizio.

Perché si deve correre il lunedì, o comunque il giorno dopo aver partecipato ad una gara? Perché lo stare fermi significa “bloccare” il “processo riabilitativo delle cellule lesionate dallo sforzo”. Per dare l’idea del fenomeno, è forse utile pensare al massaggio. Cosa fa’ il massaggio? Aiuta le tossine depositate nei muscoli a trasferirsi verso l’esterno, così da rendere maggiormente fluido il ritorno elastico della funzione muscolare. In effetti, la corsa di scarico, corsa molto ma molto lenta, risulta essere un massaggio per i muscoli. E non importa quanto lenta sia, anzi, più è lenta più… è un massaggio. E non importa neanche il tempo complessivo che si impiega nell’allenamento di scarico; esso sarà, ovviamente, di durata contenuta. Voglio provarmi a fare un parallelo: più lunga è la gara a cui si è partecipato, più ridotti sono i minuti (e quindi i km) che si devono correre. Tanto per continuare nello schema. Se ho corso una maratona, una cinquantina di minuti di scarico mi sembrano irrinunciabili; se ho corso una 21 km, anche un’oretta va’ bene; se ho corso una 10 km…, forse il problema non si pone…, a meno che io non abbia nella gara dato fondo a tutte le mie energie… Ebbene, in questo caso la mia ora abbandonante di corsa lenta si tramuterà in corsa lentissima, di scarico, appunto. Seguendo lo stesso criterio, ma questa volta rapportato ai giorni e non ai minuti di scarico, potrei suggerire di effettuare un 5/6 giorni per una maratona, un 2/3 per una 21 km e limitarsi al giorno successivo per una 10 km, soprattutto se il podista “sente” di poter recuperare bene in questo modo.

In fondo, lo scarico è l’equivalente del riposo attivo, cioè di quella corsa lentissima, fatta apposta per rigenerare l’organismo: sia lo scarico che il riposo attivo sono due facce della stessa medaglia.

 

 

 

 

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