La scarpa minimalista

Sta prendendo sempre più… “piede”, la “scarpa minimalista”. Cos’è una scarpa minimalista, fra la curiosità e l’interessamento, è l’oggetto di questo articolo che, come nostro solito, non vuole essere risolutivo dell’argomento, ma solo, come dire?, propositivo.

L’argomento è abbastanza complesso e, a trattarlo con oggettività, si corre il rischio di essere un po’ fraintesi, di essere scambiati per degli inutili allarmisti o, nella migliore delle ipotesi, per dei ciarlatani, con lo scopo di creare solo un polverone e sperare così di essere notati. Ma ci sono fondati sospetti che l’uomo moderno non sappia… correre. Spieghiamo meglio. Madre natura ci ha creati con i piedi forniti già del materiale necessario per muoverci, cioè per camminare e correre. Se ci facciamo caso, quando si cammina, si poggia di tallone, quando si corre, invece, si poggia di avampiede. Il perché è molto semplice. Si corre per muoversi più celermente e quindi non si usa il tallone, come spinta propulsiva, poiché nel caso lo si facesse si otterrebbe una spinta verso l’alto, come infatti fanno i saltatori. Ma allora, perché le scarpe da running sono prevalentemente dotate di tallone rialzato per ammortizzare i colpi dell’impatto al suolo? Semplice, perché nella grande massa di appassionati che si sono avvicinati alla corsa, e che hanno alimentato il ricco mercato dell’abbigliamento sportivo, ci sono in prevalenza, diciamo così, podisti di costituzione robusta, e quindi è stato necessario produrre, commercializzare e incentivare calzature che fossero ammortizzanti.

In realtà, si dovrebbe correre secondo natura, come fanno i bambini. Se lo notate, i bambini quando corrono non poggiano di tallone, ma di avampiede. Gli adulti, invece, che hanno perso quasi del tutto il contatto con la Natura, poggiano come credono e come fa’ comodo poggiare… Ecco che si comincia a delineare meglio la necessità di affrontare con maggiore attenzione la novità della scarpa minimalista, che ha già nella sua denominazione, minimalista, la sua ragion d’essere. Infatti, la scarpa minimalista vuole ridurre al minimo le strutture di sostegno al piede rendendo così la corsa molto più prossima a quella naturale, vale a dire a piedi nudi… In fondo, nella scarpa minimalista resta l’intersuola, per garantire la reattività della spinta. Resta anche il rinforzo alla tomaia. Ma tutto il resto si riduce, non si elimina, perché la scarpa deve pur sempre “proteggere” il piede. E’ chiaro che l’uomo ha dovuto, fin dalla sua “nascita”, proteggersi dalle intemperie e che anche i piedi hanno seguito la stessa sorte delle altre parti del corpo. Ma poi, nel corso degli anni, per non dire dei secoli, ha disimparato a correre.

Dobbiamo allora tutti mettere in disparte le nostre care e vecchie scarpe A3, A4, A2, eccetera, a seconda dei casi (supinatori o pronatori) e dei pesi personali (disequilibrio fra altezza e peso) e magari acquistare qualche paio di scarpe A0? Se lo facessimo, sbaglieremmo. Se invece noi cominciassimo ad usarle con discernimento, chissà…, qualche beneficio l’otterremmo…, almeno non avremmo tutte le problematiche dovute alla postura sbagliata e ai sovraccarichi… Potremmo cominciare a correre pochi km, anche a giorni alterni, affinché prendessimo coscienza del corretto stile di corsa e, diciamo così, confidenza con i nostri piedi, impegnati in una nuova dimensione; magari evitando terreni sconnessi o con accentuati saliscendi.

Sarebbe il caso di provare, se non altro anche per tentare di usare le nostre vecchie scarpe nella maniera giusta, cioè accorciare il passo, favorendo così l’appoggio di avampiede ed evitando quello col tallone.

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