Come si conclude una maratona

L’arrivo di un podista ad una maratona ci dice molte cose su di lui, se lo guardiamo attentamente. Non bisogna essere degli Sherlock Holmes, per addentrarci in dettagli nascosti, o in particolari difficilmente esplorabili. Specialmente, se l’osservatore conosce già la maratona per averla corsa almeno due o tre volte nella sua carriera podistica. Proviamo a fare il punto di questa situazione.

Essenzialmente, ci sono due modi di concludere una maratona: o sorridendo, o… “soffrendo”. Nel senso che o se si è conseguito l’obiettivo prefisso (anche il semplice arrivare), o qualcosa è andato storto; il tutto, indipendentemente dal risultato cronometrico conseguito. Se il podista giunge al traguardo sorridendo, in ogni caso, tutto è filato giusto, il che non è poco. Per raggiungere questo risultato, sono occorsi mesi e mesi di allenamenti, attenzioni alimentari, conduzione di corsa saggia, superamenti in gara di momenti di fatica e di noie fisiche… Insomma, il sorriso del podista che taglia il traguardo, ci dice tutto questo. E ci dice anche che in un attimo scompaiono tutte le paure e le sofferenze che una maratona richiede nella preparazione e nella conduzione dei 42 chilometri. Ma se il podista arriva alla fine del suo sforzo con una maschera di dolore stampata sul volto, si possono ipotizzare diverse situazioni che l’hanno resa possibile…

Causa A – Una preparazione difettosa. Può essere accaduto che non siano stati possibili svolgere alcuni allenamenti fondamentali, quali corse medie, lunghi, o simili. Oppure, che non siano state rispettate le fasi della preparazione, quelle cioè che richiedono prima una costruzione della base aerobica e poi un affinamento della potenza e della resistenza in chiave maratona.

Causa B – Può anche essere accaduto che sia andato qualcosa storto durante la gara. Non si deve mai dimenticare che la maratona, come si dice, è una brutta bestia: all’improvviso, anche se si è fatto tutto a puntino, può succedere l’imponderabile, un qualcosa di assolutamente imprevedibile, che mette però a repentaglio lo svolgimento della corsa.

Causa C – Errore di abbigliamento. A volte, il desiderio di calzare una scarpa nuova e bella, comporta il rischio, o la seria possibilità, di andare incontro a delle sgradevoli situazioni, con vesciche pronte a rimproverare il podista a voler avuto l’ardire di improvvisare, dal momento che è notorio il non modificare, in nessun caso e per nessun particolare, l’abbigliamento usato negli allenamenti specifici per la maratona, soprattutto il giorno della gara.

Causa D – Conduzione sbagliata. La maratona andrebbe corsa in maniera omogenea. Significa che la prima parte non dovrebbe essere molto più veloce della seconda. Anzi, l’ideale sarebbe che le due “Mezze” fossero equivalenti. Questo, francamente, è molto difficile che si possa veramente realizzare, ma almeno non si dovrebbe verificare un divario fra i due tempi. Come spesso accade nella realtà… All’inizio della gara, c’è poco da fare, il maratoneta “sente” di potere andare bene. Lo sente, perché si è preparato, ha voglia, eccetera eccetera. Ebbene, è proprio questo che non deve fare: ascoltarsi troppo, nella prima fase. Ecco, chi arriva al traguardo di una maratona in affanno, o comunque stravolto, molto probabilmente, quasi sicuramente, ha commesso questo errore di valutazione.

Causa E – Ultima settimana. Non sembra, ma l’ultima settimana prima della maratona è molto importante, ai fini di una prestazione ottimale in una maratona. Si deve essenzialmente “scaricare”, e non tutti i podisti lo fanno, o lo sanno fare. Quindi, il maratoneta che giunge all’arrivo pian pianino, quasi camminando, può avere avuto problemi in tal senso.

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