I tempi di riposo

Tempo addietro pubblicammo “I tempi di recupero”, ascrivibile a quell’aspetto tanto detestato dai podisti che è… l’infortunistica… Si prendevano in esame alcuni tipi di impedimenti fisici (tutti no, sono troppi, purtroppo…) in cui potevano incorrere i podisti e ci si soffermava, appunto, sui tempi occorrenti per smaltirli e per tornare alla piena efficienza fisica. Ora qui vogliamo invece soffermarci sui “tempi” che bisogna attendere, meglio ancora per quelli che bisogna utilizzare, per tornare alla piena efficienza fisica, nella piena convinzione che esiste una grande differenza fra “recupero”, periodo cronologico fra infortunio e ripristino dell’attività, e “riposo”, periodo cronologico fra prestazione massimale e ripristino della piena efficienza, e che spesso il podista, specialmente quello che corre per puro spirito… “ricreativo”, confonde e sovrappone.

Lo sforzo massimale praticato in una gara o in un allenamento intenso, procura come tutti sanno delle vere e proprie lacerazioni alle fibre muscolari, e non solo (l’intero organismo “partecipa”), che la prima forma di “riposo” richiesta dal corpo è l‘ingestione di acqua e cibo. In questo caso, il tempo occorrente, ad esempio, per il ripristino glicemico non si allontana dai 30-60’ minuti. Quindi, dopo una gara, proprio nell’immediatezza, bere dell’acqua e, dopo almeno una mezzoretta mangiare qualche cosa, significa cominciare il ripristino delle energie spese con la corsa nell’arco di tempo complessivo che si è indicato. Cosa che, è chiaro, non risolve del tutto il problema. Molto dipenderà dal sonno e, spesso, dalla sua qualità. Un podista professionista, tanto per fare un altro esempio, dorme tranquillamente tutte le ore di cui abbisogna, senza problemi. Ma un podista amatore, sia pure di livello, deve necessariamente riuscire a combinare molti fattori che quasi sempre ostacolano un sonno pieno e ristoratore. E poiché la “platea” a cui noi facciamo riferimento contempla per lo più tali atleti, anzi li contempla pienamente, consigliamo subito di non sentirsi in colpa se indugiano spesso al sonnellino pomeridiano (un’oretta); fanno bene, perché non possono fare altrimenti. Altra pratica ampiamente consigliata, e a ragione, è lo stretching. Giusto, lo stretching è utilissimo, sia per la sollecitazione muscolare che per la mobilità articolare. Però, attenzione, non è risolutivo. Aiuta, questo sì, ma la mezzoretta di stretching, isolata a se stessa, non può ripristinare la piena efficienza come una bella nottata passata fra le braccia di Morfeo. Più utile è senz’altro una blanda e limitata corsa all’80% delle proprie solite possibilità, intesa come lunghezza, il giorno dopo l’evento sportivo che ha traumatizzato il corpo. E’ il cosiddetto “scarico”, una corsa con il ritmo non lento, ma lentissimo, quello che si fa’ assolutamente in disimpegno, specialmente dopo i primi minuti di corsa, che assume pertanto i contorni di un vero e proprio massaggio muscolare; tutte le fibre specifiche della corsa vengono “mosse” delicatamente, “svegliate”, per così dire. E infatti, il massaggio è un’altra pratica che si consiglia in questi casi. Ma ha la controindicazione che richiede quasi sempre una persona estranea e specialista, perché il massaggio autonomo, anche se fatto con perizia, non sarà mai del tutto quello che “entra in profondità” nelle fibre muscolare, nel senso che richiede una professionalità, oltre a un “tempo”, specifico che sfora ampiamente le capacità individuali e… l’ora complessiva di tempo occorrente.

Altri accorgimenti? Espedienti? L’elettrostimolazione? Nuove frontiere della medicina sportiva? Non siamo specialisti, ma in totale buona fede pensiamo che quanto detto possa bastare.

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