Seul 1988: la lezione di Bordin

 

Un podista che si rispetti è sempre in continuo apprendimento, sia per esperienza pratica vissuta, sia per attenta osservazione di qualche campione impegnato in una particolare impresa. Per quanto mi riguarda, podista forse meritevole solo di sporadico apprezzamento, ho sempre cercato di mettere a frutto gli insegnamenti che scaturivano dalle mie corse e da quelle che trasmetteva la TV (abbastanza raramente, ahimè…). Credo che una delle manifestazioni per me più “istruttive” sotto questo punto di vista, sia stata la bellissima vittoria di Gelindo Bordin alle Olimpiadi di Seul nel 1988. Per farmi capire meglio, è forse opportuno rivedere… il film della gara, almeno quello relativo alla parte finale.

All’approssimarsi del classico muro della maratona, cioè intorno al 35° km, si è formato un gruppo comprendente quattro podisti: il gibutiano Salah (accreditato dell’incredibile tempo di 2h e 7’), il keniano Wakiihuri, il nostro grande Gelindo e il giapponese Nakayama, che è il primo a staccarsi. Ad un paio di km dalla conclusione, i due africani attaccano e staccano Bordin, che però reagisce e cerca di colmare il distacco, soprattutto quello che lo separa da Salah, il quale è a un centinaio di metri in testa alla gara. A questo punto la gara sembra segnata, anche se il passo di Bordin è incoraggiante. Però, avviene qualcosa che nell’ambito podistico segnala un disagio del battistrada: Salah si volta… e anche più di una volta. Egli, evidentemente, è stanco, forse è partito troppo forte, o nella prima metà della gara, oppure in occasione del tentativo di staccare i suoi due ultimi rivali. Ma ormai il nostro Gelindo lo affianca… e, senza nessun tentennamento, lo supera di slancio…! Quando entra nello stadio è sicuro della vittoria. Mantiene la sua cadenza in maniera impeccabile e si volta solo nell’affrontare l’ultima curva dello stadio, quella che immette nel rettilineo finale. E’ un trionfo! Appena superata la linea del traguardo, Bordin si piega per baciare la pista, gesto abbastanza consueto in atleti vincitori, però…, però…, fa’ fatica a rialzarsi… Apprendo così una cosa del podismo alla quale forse non avevo dato particolare risalto. Ecco quale.

Quando si corre una gara di lunga distanza come una maratona (ma anche una Mezza), è meglio partire non al massimo delle proprie potenzialità, riservandosi di mantenere il passo, al limite di aumentarlo, ma non di diminuirlo. Accade quasi sempre, e l’episodio di Bordin quando bacia la pista una volta giunto al traguardo lo dimostra, che l’organismo, quando smette di essere sollecitato ad una certa cadenza, poi non riesce più a riprenderla; anzi, nella quasi totalità dei casi, ottiene solo di rallentarla, a volte in maniera clamorosa. Se per ipotesi la linea del traguardo della maratona di Seul fosse stata posta qualche centinaio di metri più avanti, Bordin avrebbe corso tranquillamente con il suo ritmo. Invece, smesso quel passo, ha interrotto quella caratteristica concentrazione psicofisica che gli ha permesso di arrivare alla fine della maratona in splendida (apparente) condizione. Quindi, guai a rallentare nel finale di una gara di lunga distanza, poiché si finisce con il rallentare sempre di più. Meglio “fingere” (tener duro mentalmente) di non aver bisogno di “respirare” un po’, perché si finisce col… non respirare più.

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