La differenza fra il primo e l’ultimo km in allenamento

L’allenamento podistico si presta a moltissime occasioni di riflessione, da svariati punti divista; e lo comprovano i numerosi scritti al riguardo (esclusi i nostri…), qualificati e competenti. Esso infatti può essere aerobico, anaerobico, di potenziamento, intervallato, di fondo lento, eccetera eccetera, per cui a volte diventa alquanto problematico isolarne un solo aspetto, ai fini di un approfondimento, tanto si presta a collegamenti sia necessari che doverosi. Tuttavia, negli allenamenti di corsa continua prolungata, si verificano condizioni costanti di affaticamento che fanno pensare. La circostanza è frequentissima nel caso di un allenamento di corsa media (ma non solo), soprattutto in quello di una preparazione di una Mezza o di una Maratona, quando il chilometraggio da percorrere ad un determinato ritmo aumenta, così come di conseguenza la fatica a cui l’intero organismo è sottoposto.

Prendiamo il caso di un allenamento di corsa media di una dozzina di km da effettuare su di un percorso di migliaio di metri. Dopo il necessario riscaldamento, il podista comincerà il suo “lavoro”, facendo scattare il parziale del cronometro, riservandosi di controllare il tempo alla fine di ogni giro. Noterà, come altre volte gli è avvenuto in passato in analoghe situazioni, che il primo giro è sempre più lento degli altri. Ma non si stupirà, perché ha imparato che il primo giro risente, e non può non risentire, magari in misura lieve, del cambio di passo derivante dal passaggio dalla corsa lenta del riscaldamento a quella impegnata del ritmo medio da tenere; ha cioè imparato che in un certo qual modo l’organismo deve seduta stante “imparare”, quello che alcuni definiscono come “il qui e adesso”; cosa non automatica che avvenga. E’ un po’ una forma di “rodaggio” che il corpo deve “sopportare e supportare”. Sarà poi l’evolversi dell’allenamento, già dal secondo giro, a scandirgli il passo e le sensazioni della sua corsa specifica del momento.

Avviene poi che il podista, giustamente, si affatichi e che cominci ad ”avere premura” che i giri da inanellare possano quanto prima terminare. E’ un atteggiamento giustificabilissimo: quando il corpo è sotto stress, desidera che la sofferenza finisca. E’ normale. Intanto, il podista tiene duro, corre col suo passo stabilito, cerca di non soffermarsi troppo sulla sofferenza, anzi trova il modo di tenere la mente occupata nel gesto che sta compiendo (quasi una forma di “distrazione”) e intanto i km passano e la fine dell’allenamento si avvicina. Ecco il punto: si arriva all’ultimo km… Al solo apparire sul display dell’ultimo parziale…, succede che il podista corre con scioltezza, rilassandosi, perché ormai ha avuto la consapevolezza che la “fatica” sta per finire. Egli è stanco e pensa che l’ultimo km sarà ovviamente più lento dei precedenti. Invece, questo ultimo giro tanto desiderato e che lo ha visto anche un po’ disimpegnato, dato lo sforzo prolungato sostenuto in precedenza, risulterà essere magari il più veloce…

E’ accaduto che quando ha cominciato a correre l’ultimo km, sapendo che la fine dello sforzo era ormai prossima, ha corso rilassato, cioè sciolto, con il risultato di correre meglio. Ciò vuol dire che con il gesto corretto e a parità di sforzo, si va’ più veloci. La differenza fra il primo km di un allenamento e l’ultimo, è quindi condensata in questo insegnamento, anzi, ammonimento: per correre meglio, bisogna farlo in maniera sciolta e rilassata.

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