La solitudine del runner

Molto spesso sentiamo una definizione che si adatta perfettamente ad una persona con mansioni direttive, “la solitudine del dirigente”, perché in effetti chi ricopre una carica di responsabilità si trova nella condizione particolare di decidere per sé, ma soprattutto, per altri e per capitali che a volte sono veramente consistenti. Per cui, detta persona, ha bisogno di concentrarsi sul da fare e non deve neanche aspettarsi che qualcuno gli dia una mano, dal momento che sta lì proprio per questo, è pagato affinché venga a capo della situazione e prenda la decisione migliore che la sua certificata professionalità richiede e reclama. Un po’ come avviene… al podista…, quando si allena da solo nel corso di una preparazione di una gara molto importante, nel corso della quale vuole puntare ad un obiettivo cronometrico ben definito.    

Si ha un bel dire a sostenere che il podismo è un veicolo eccezionale di aggregazione. Nella maggior dei casi è vero, ed è bellissimo constatarne ogni giorno la veridicità. Ma se tralasciamo solo per un attimo tutti i momenti di socializzazione legati alla corsa, l’incontrarsi, il correre tutti insieme, l’allenarsi, il contrarre amicizie nuove e consolidarne di antiche, e via discorrendo, se cioè mettiamo da parte tutto questo e ci concentriamo su quando il singolo podista si ritrova inevitabilmente da solo (in un allenamento specifico, quando va’ a dormire, quando pensa e ripensa all’obiettivo che ha in mente), ovvero sia quando  la vita lo “costringe” a stare solo con se stesso, ecco, in questi momenti precisi si trova nell’identica situazione del “dirigente”, per cui di lui  si può mutuare l’espressione “la solitudine del runner”.

Non è una condizione da cui prendere le distanze, questa “solitudine del runner”, una situazione di cui vergognarsi o di cui averne soggezione, come di un’attestazione di debolezza o di paura. Anzi, al contrario, essa ci fa’ raccogliere le energie (fisiche e mentali) necessarie per affrontare al meglio la programmazione studiata. Non è, come si potrebbe pensare, uno “staccare la spina”, invece è un’attaccarla veramente, per stabilire un contatto quanto più preciso e personale possa essere, con gli altri podisti e con l’ambiente tutto (le persone e il contesto) che ci circonda. Nella sua solitudine, il runner si concentra e convoglia su di sé tutte la forza di cui è capace, nel precisarne i contorni, la consistenza e la futura distribuzione. E non è neanche vero che egli sia, in questa solitudine, lontano dagli altri podisti, perché in effetti è molto più vicino a loro di quanto possa umanamente pensare di essere.

Insomma, un podista non è mai solo, mai, e la sua solitudine profuma di comunità.

                                                                                                          

 

 

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