Lunghissimo, d’accordo, ma quanto lungo?

A volte siamo tentati di pensare che, pur nella variabilità assolutamente soggettiva degli atleti, il podismo sia una scienza esatta, o quasi. Nel senso che ormai sono note le “regole” da seguire che accompagnano il podista nello svolgimento delle sua attività, dal punto di vista dell’abbigliamento, dell’alimentazione e dell’allenamento. Quest’ultimo ad esempio, prevede per ogni tipo di gara una preparazione specifica; e nel caso si debba partecipare a una maratona, non si possono evitare i cosiddetti “lunghi”, soprattutto uno, “accentuato nella lunghezza”, notoriamente chiamato, per l’appunto, “lunghissimo”. Ma il problema che qualche volta affiora  fra gli appassionati è quanto debba essere effettivamente… lungo il lunghissimo; il che è oggetto della  nostra presente, detta in termine altisonante, trattazione.

Naturalmente, bisogna distinguere fra podista e podista, fra chi vuole solo giungere al traguardo e chi invece vuole conseguire un determinato riscontro cronometrico, fra chi è abbastanza nuovo di questa esperienza e chi viceversa ne è sufficientemente avvezzo. In linea generale, e dovendo noi rapportarci al classico podista medio, tracceremo delle linee comuni valide per qualsiasi tipologia podistica in vista di una maratona. E il lunghissimo, appunto, è una di queste.

Il periodo occorrente per preparare una maratona non può essere inferiore ai tre mesi, in ognuno dei quali va’ effettuato almeno un lungo. Sorvoliamo ovviamente su tutte le altre cose che servono per poter correre una maratona, che sono innumerevoli, e concentriamoci dunque su questi tre lunghi. Già qui bisogna distinguere: sono due lunghi e un lunghissimo. Supponiamo che la gara sia prevista per i primi di aprile. Correremo un lungo a gennaio, un altro lungo a febbraio e il “famoso” lunghissimo a marzo. I lunghi saranno di 30 km, il lunghissimo di 35 km. Ora, soffermiamoci su questi “numeri”.

In effetti, correre una maratona significa saper distribuire bene le proprie energie (dopo averle bene allenate) in modo tale da arrivare nella seconda parte ad avere ancora sufficienti energie per mantenere il passo previsto. Poiché dopo due ore di corsa l’organismo comincia a lanciare segnali di stanchezza (è normale…, dopo due ore…), si tratta di farlo abituare a lavorare in determinate condizioni ancora per un consistente numero di chilometri. Ecco cosa significa “allenare”, vuol dire “fare abituare l’organismo” a certe situazioni, che si verificheranno sicuramente nel corso della maratona. L’importante è arrivare ai 30 km di allenamento senza avvertire una grande stanchezza. Affinché ciò avvenga, infatti, il lungo si corre sempre al proprio ritmo di corsa lenta, salvo gli ultimi 5 km da correre in leggero ritmo di progressione veloce. Ma, giunti al terzo mese di preparazione, conviene “allenare” l’organismo a uno dei grandi problemi della maratona, che potremmo molto tranquillamente battezzare “icona” della maratona, cioè un’emblema di questa affascinante e mitica gara: il fatidico e tanto temuto “muro del 35° km”. Questo “ostacolo” si supera correndo il “lunghissimo” nell’ultimo mese di preparazione. E poiché è storicamente oltre che biologicamente risaputo che “il muro” si manifesta puntualmente intorno al 35° km, il lunghissimo non può essere inferiore a tale misurazione, magari, per i più maniacali, perfino superiore di un paio di km. Così, superato questo test, l’organismo è veramente pronto a sostenere la fatica di correre per 42 km. E poiché si corre anche con la testa, al podista impegnato in una maratona gli ultimi 6-7 km non possono che sembrare pochi metri, confrontati con l’intera distanza della specialità. D’altronde, è pur vero che l’allenamento per una gara talmente lunga non deve nemmeno essere equiparabile alla distanza stessa della competizione. Sarebbe come dire che per correre una 100 km, occorre allenarsi per altrettanti km, il che francamente è abbastanza insostenibile.

Forse, l’unico vero problema che comporta il lunghissimo è il “territorio” ove è possibile praticarlo. L’ideale sarebbe un percorso quasi interamente pianeggiante, con curve molto larghe, ad evitare i tanto monotoni rettilinei, come infatti avviene nella maggior parte delle maratone. Però, se il povero podista vive e si allena di solito nel suo territorio, poniamo, collinare, che fa’, rinuncia a  questo insostituibile allenamento? Certo che no. Si adatta a fare, come diceva una nostra amica e ottima maratoneta (Anna Maria Caso), di necessità virtù, diversificando il lunghissimo in porzioni particolari, senza perdere di vista la sollecitazione complessiva dell’organismo nell’ambito di un certo numero di km.

Oddio! Ma come è “lunghissimo”, questo articolo… Diamoci un taglio, perché il miglior modo di fare le cose è farle, non scriverle….

 

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