La “spinta” nel podismo

E’ una foto di Gelindo Bordin che vince la maratona (primo italiano a riuscirci) alle Olimpiadi del 1988, a Seul. E’ il momento in cui “aggancia” il gibutiano Hussein Ahmed Salah (che si classificherà terzo). Ci sembra un’immagine molto eloquente, dal punto di vista podistico. D’altronde, le foto questo hanno di rilevante, almeno rispetto ai filmati che ormai invadono le nostre vite: fissano gli istanti, ne documentano gli attimi salienti. E se si osservano con attenzione, possono riservarci più di un insegnamento, rispetto a quelle dei video.

In questa foto, secondo noi, è visibile l’elemento fondamentale della corsa: la “spinta”. In altri sport, ad esempio nel ciclismo e nel calcio, la spinta è punita con una sanzione, perché proviene… dall’esterno. Invece, nel podismo è studiata ed allenata, perché rende migliore e più efficace il gesto, e poi perché proviene… dall’interno. E’ cioè connaturata all’essenza stessa del podismo.

La “spinta” è quella capacità motoria azionata dal piede che si pianta al suolo, per effettuare la battuta, affinché l’altro piede (e con esso l’intero corpo) possa effettuare la cosiddetta “fase di volo”, quell’impercettibile momento in cui i due piedi del podista sono contemporaneamente sospesi in aria (da qui anche la sensazione del podista di “volare” mentre corre). Naturalmente, come tutti i podisti sanno, esistono fasi di volo dipendenti dalla tipologia di gara a cui si va’ a partecipare. Una cosa è una spinta, o una fase di volo, o una falcata che dir si voglia in una gara di 100 metri, altra cosa in una gara di 1.500 metri, altra cosa ancora in una 10.000 metri, cioè c’è spinta e spinta, nella velocità, nel mezzo fondo veloce e nel fondo. La foto in oggetto riguarda una maratona, ma non sposta minimamente l’oggetto dell’argomentazione. In essa, si vede bene la differenza sostanziale dei piedi di spinta dei due atleti, rapportati ai piedi nella fase di volo: mentre il ginocchio di Bordin è alzato nello stesso istante che l’altro piede è impegnato nella spinta, tanto che l’intera gamba è ancora abbastanza tesa, nei due  piedi di Salah non si nota analoga diversità, anzi sembra quasi che entrambi poggino a terra in modo simultaneo, chiaro segno di stanchezza, certo, ma altrettanto chiaro segno di mancanza di spinta, che ne determina la lentezza. Quindi, dall’istantanea raccolta dall’obbiettivo della macchina fotografia, noi traiamo la plastica visione di come si dovrebbe correre, a differenza di come non lo si dovrebbe fare. E’ una foto, per così dire, esemplificativa. Non potremmo avere la stessa lezione da un’immagine in movimento, perché il procedere stesso dei due podisti ci porterebbe inevitabilmente alla sovrapponibilità dinamica dei due gesti, distogliendoci dall’attenzione.

In buona sostanza, possiamo dire che una foto, nel fissare per sempre un movimento, lo fa’ durare per l’eternità.                                                                                                                

 

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