I limiti che ancora si possono superare

Più o meno un anno fa, a Monza, fu preparato e “perpetrato” il tentativo di abbattere il cosiddetto muro delle 2 ore in maratona. Tutti ricordiamo l’avvenimento, anche perché venne strombazzato adeguatamente sui media, la qualcosa sembrò a dire il vero il motivo scatenante, la reale molla che aveva fatto “muovere l’interesse”. Però, a distanza di tanti mesi, in noi non si è affievolita quella domandina che ci serpeggia dentro da svariati annetti: quali sono i limiti del corpo umano, segnatamente all’Atletica Leggera?

La questione è stata sempre posta all’attenzione, dagli addetti ai lavori, esperti e non, praticanti o semplici cultori, specialmente all’irrompere sulle piste e sulle strade di tutto il mondo degli atleti africani. Abbastanza colpevolmente, agli inizi, venne adombrata una supposta superiorità genetica degli africani, come se madre natura fosse stata nei loro riguardi più benigna sotto questo aspetto. Qualcuno invece, in modo più avveduto, invocò le abitudini generazionali del contesto sociale in cui vivono da secoli le persone africane, situazioni storiche più che antropologiche che avevano determinato negli autoctoni specifiche capacità che trovavano puntuale riscontro nelle discipline dell’atletica leggera. Così, dopo le primissime e clamorose affermazioni degli atleti africani, con tanto di record stabiliti, si è un po’ appiattita la situazione, quella dell’aggiornamento dei primati, sollecitando un’altra volta in molti la riflessione su quali fossero i reali limiti delle capacità umane.

Sembra chiaro che oggi, ad un atleta che voglia stabilire un record, serve una vera e propria squadra, composta da allenatore, medico, fisioterapista, manager e… perfino da qualche “lepre”, oculatamente predisposta per l’occasione. Tutte queste persone devono lavorare di concerto, avendo essenzialmente lo scopo di incrementare le capacità aerobiche e anaerobiche dei loro campioni, di farli riuscire ad assimilare notevoli carichi di lavori, con determinati tempi di recuperi, evitando possibilmente qualsiasi tipo di infortunio. Possiamo dire, in definitiva, che il trucco per andare più forte, fino al punto da ambire a stabilire un record, sta soprattutto nella possibilità di allenarsi duramente e nella capacità di riuscire a smaltire notevoli carichi di lavoro senza incorrere in infortuni. D’altronde, porre limiti al progresso fisico dell’uomo non è cosa ragionevole, perché un campione, se riesce a far coincidere i vari elementi che stiamo descrivendo nella sua persona e magari anche in una giornata particolare, dove tutte le condizioni favorevoli si ritrovano come d’incanto, può raggiungere l’obiettivo che si è posto. E’ difficile, difficilissimo, ma non impossibile.

Naturalmente, per limitarci alle gare di mezzofondo e di fondo, è più “facile” stabilire un nuovo record nelle distanze lunghe che in quelle più corte: si ha… meno tempo a disposizione. Nel senso che, ad esempio, se in un 1.500 metri si ha in animo di battere il fantastico record del marocchino El Guerrouj, 3’ 26” 00, sbagliando impercettibilmente qualcosa (una curva, una spinta, ecc.), non si ha poi il tempo materiale per recuperare l’empasse. Cosa che invece può essere relativamente possibile nei 5.000, nel caso si volesse stabilire il record ai danni dell’etiope Bekele, 12’ 37” 35, avendo obiettivamente qualche minuto in più per provvedere all’imprevisto. Per non palare, poi, dello stesso Bekele e del suo primato sui 10.000 metri, 26’ 17” 53”…

Ecco, a questo punto del discorso è incoraggiante rifugiarsi nel detto “mai dire mai”, però bisogna attendere molti anni ancora, secondo noi, per abbattere certe barriere, certi muri, per raggiungere i limiti dell’uomo. La maratona sotto le due ore? Negli anni ’90, correre una maratona sotto le 2h e 10’ era un’eccellenza, mentre correrla sotto le 2h e 05’ era un sogno. Adesso, dopo l’incredibile record del keniota Kimetto, 2h 02’ 57”, nel 2014, abbattere il muro delle 2 ore sembra una cosa fantascientifica. Però, “mai dire mai”.

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