La corsa di “scarico”, come e perché

L’altra mattina, un amico podista mi chiedeva perché, di lunedì, non vedeva quasi nessun podista correre per strada. Era infatti di lunedì e la mia presenza lo aveva indotto a farmi la domanda. La mia risposta è stata l’occasione per ripetere a me stesso i motivi per i quali si rende necessaria, dopo una corsa impegnata, come quasi sempre avviene di domenica, sia in gara che in allenamento, una forma di corsa cosiddetta di “scarico”.

Prima di ogni altra cosa, vale il principio generale che è sempre meglio non far seguire un “lavoro” ad un altro fatto il giorno precedente: l’organismo deve anche riposarsi, tenendo conto di recuperare le energie spese… Poi, bisogna non dimenticare che la corsa impegnata genera acido lattico, cioè quella sostanza che per certi aspetti “inibisce” la mobilità muscolare, quella tipica contrazione del muscolo mediante la quale esso espleta la sua funzione.

Ma cos’è, questo “acido lattico”, che appare sovente nei discorsi (e nei pensieri) dei podisti? Però, un momento, precisiamo. Qui si riporta il contenuto sintetico del dialogo, da un podista magari un po’ esperto, ad altro tutto sommato alle prime armi, nulla di più, nulla di scientifico o supponente, solo argomenti tratti dalla pratica esperienza, cioè quella riflessione attenta e appassionata circa i fenomeni della corsa vissuti in prima persona.

L’acido lattico è un prodotto del metabolismo anaerobico, vale a dire di quando un podista corre alla sua velocità di soglia, al massimo delle proprie capacità (che chiaramente variano da individuo a individuo). In questo caso, l’organismo va’ incontro alla fatica muscolare. Avviene che quando un podista effettua un esercizio di elevata intensità si liberano determinate sostanze (nei muscoli) che fanno diminuire nel sangue le riserve energetiche. L’acido lattico si forma soprattutto nelle fibre veloci (quelle bianche). Un podista di buon livello produce oltre il 20% di acido lattico in più rispetto ad una persona sedentaria. Tale divario si spiega col fatto che il primo è “allenato” alla produzione di acido lattico, mentre il secondo non lo è, pur producendolo, sia pure in minima parte, nonostante non lo produca in nessuna attività. Questo per dire che il meccanismo della formazione dell’acido lattico rientra nelle attività metaboliche, cioè naturali, dell’organismo il quale tende sempre alla propria salvaguardia: l’acido lattico visto come reazione metabolica agli sforzi, per poterli sopperire e così salvaguardarsi. In altre parole, se l’organismo non producesse l’acido lattico, l’individuo continuerebbe all’infinito nello sforzo… fino a sfiancarsi del tutto, con la prima avvisaglia di un crampo, sia detto per inciso. Ma ciò che interessa ai podisti sapere è che dopo lo sforzo, diciamo dopo 2 o 3 ore al massimo, l’acido lattico tende a scomparire del tutto. Resta però nei muscoli, per un periodo molto più lungo, una sostanza chiamata “scoria naturale della contrazione muscolare”. Ed è questa sostanza, che si trattiene purtroppo nei muscoli, che bisogna eliminare, al fine di far ritornare in piena efficienza le gambe.

Eccoci al dunque… Esistono due modi per “recuperare”, il riposo e la corsa di “scarico”. Per smaltire le tossine dell’acido lattico, il riposo è la risposta immediata dell’organismo, c’è poco da fare: se sono stanco, mi devo sedere… Però, se voglio attivare una “procedura” che mi favorisca… “lo smaltimento di questo rifiuto”, devo sollecitare (dolcemente) le fibre muscolari interessate, o con un massaggio (ma potrei non essere bravo e, comunque, non correrei che è proprio quello che mi piace fare…), oppure sortisco gli stessi effetti mediante una corsa molto blanda, detta appunto di “scarico”.

Questa seconda opzione mi piace tanto. Ma per quanti minuti bisogna corricchiare? E a quale ritmo? Non mi devo preoccupare, perché… me lo dirà il mio corpo, in tutta la sua sapiente e saggia verità. E alla fine, quando mi dirigerò verso la doccia, avrò voglia di ricominciare a correre al più presto.

 

 

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