Cross, quanto ci manchi…

Eravamo abituati, senza saperlo, al meglio dell’Atletica Leggera…, specialmente quando ci trovavamo, come in questi giorni, in un periodo di freddo intenso. Avevamo l’impressione che i mesi freddi fossero un impedimento alla stagione agonistica e che potessero  “gelare” le nostre speranze di una ripresa immediata delle attività. E invece…

Come madre Natura comanda da secoli, durante l’inverno ricaricavamo i nostri corpi con un potenziamento muscolare che solo la palestra, gli esercizi e i cross ci garantivano. Chiamavamo questo periodo, “preparazione invernale”, infatti, proprio come la Natura che appare sonnolenta e inattiva, sembravamo “dormire”, mentre in realtà ci preparavamo per svolgere al meglio delle nostre possibilità la prossima stagione agonistica. Al riguardo, chiamavamo tale periodo anche di “costruzione”. Intanto, la nostra passione e abitudine alla corsa era in un certo qual modo appagata dalla partecipazione ai vari cross in calendario; gare faticose e dure, corte e massacranti, organizzate proprio per permetterci comunque di “sfogare” la nostra passione.

I cross furono “inventati” dagli inglesi intorno al 1830 e alla fine del 19° secolo divennero un’attività sportiva meritevole perfino di una propria federazione. Difficilmente la cosa si poteva verificare ad un’altra… altitudine, dal momento che per questo tipo di corsa sono “indispensabili”, o comunque “fortemente richiesti”, elementi come il freddo, il terreno paludoso e irregolare, eccetera eccetera. Un verde prato mediterraneo, magari con qualche albero carico di frutta e con cespugli fioriti, non avrebbe indotto nei podisti il desiderio di correre facendo leva sulle loro capacità fisiche per contrastare gli “elementi ostili” che si frapponevano allo loro “avanzata”; molto più facilmente, avrebbe causato ai potenziali atleti la voglia di stendersi sul prato ad ammirare la bellezza del paesaggio…

Ma perché non si fanno più i cross, o almeno non si fanno più con la stessa metodica frequenza di un tempo? Secondo il nostro modestissimo pare, perché nell’attuale società, e quindi anche nel mondo dell’Atletica Leggera nel suo complesso, prevale il “modello partecipativo”, inteso come volontà di apparire, di esserci, in un contesto anche di riavvicinamento  alla Natura. Si spiegano così le oceaniche gare su strada e soprattutto la frequenza con le quali si organizzano, alle quali di certo non sono insensibili figure di stampo economico-commerciali, sponsor e non solo, divenute per l’appunto necessarie, ma che poi condizionano fortemente il calendario delle manifestazioni. Sotto questo aspetto, sono meritorie tutte quelle gare trail che per fortuna oggi registriamo in forte crescita: esse rispondono al bisogno comunque innato nei podisti di correre nel rispetto e nell’amore per la Natura, come bisogno ancestrale di esprimere nella fatica della corsa tutta la gioia della vita. L’unico problema che accompagna i trail, è che non sono una specialità olimpica e che quindi restano ai margini di una preparazione podistica che voglia predisporre e sostenere l’atleta che voglia impegnarsi in performance di livello.

Si può forse arrivare perfino a sostenere che l’attuale società tende a indirizzare tutti i suoi strati, quindi anche quelli sportivi, verso una sorta di logica di mercato dove primeggi la “vendita del prodotto”, quanto più sia messo bene in evidenza nella vetrina del supermercato. In questo senso, che però non è un senso sportivo, i cross sono trascurati, perché visti come “ brutti, sporchi e cattivi”. E intanto il livello qualitativo dei podisti si attesta su di una linea abbastanza orizzontale…, con pochi picchi per lo più dovuti a impegni individuali e non di sistema… E a noi non resta che rimpiangere i bei tempi andati, che forse difficilmente torneranno….

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