Perché nel podismo, ogni tanto, qualcuno cambia squadra?

Non è ormai una novità…, verso la fine dell’anno svariati podisti cambiano squadra. Puntualmente, in tale periodo si verificano questi passaggi che il più delle volte lasciano strascichi anche dolorosi. Già se ne sentono alcuni, sia nel corso dei raduni per le gare in calendario, sia sui social. I pareri che si raccolgono circa il trasferimento degli atleti da una squadra ad un’altra, sono tutti attendibili e qualcuno è perfino autorevole. Tuttavia, vorremmo avere l’opportunità di dire la nostra, anche perché in passato ce ne siamo occupati (guarda caso, verso la fine dell’anno…), nella speranza di non urtare le suscettibilità che nel nostro ambiente, bisogna ammetterlo, sono molto sensibili.

Essenzialmente, il podista cambia squadra per due ordini di motivi: non concorda più con qualche linea programmatica della società, oppure ha problemi personali. Sia il primo che il secondo motivo meriterebbe una trattazione a parte, perché gli elementi che contribuiscono alla formazione del “disagio” possono essere plurimi. Ad esempio, un podista può iscriversi ad una società perché ne fa’ parte un suo caro amico, che magari l’ha iniziato alla corsa e dal quale lui in certo qual mondo “dipende” per affinità personali, ma che poi diversifica la sua visione societaria, per un motivo o per l’altro, e induce l’amico neo iscritto a modificarsi il suo modo di sentire, come si suol dire, l’appartenenza. E tanto per fare un altro esempio, un trasferimento di una sede di lavoro, può costituire un ostacolo insormontabile, tale da rendere indispensabile il trasferimento presso altra società. Quindi, sarebbe saggio non scagliarsi subito contro chi cambia società.

Ma forse il vero problema è di “crescita” dell’intero movimento. Fino agli anni duemila, sotto la spinta degli incredibili successi degli atleti italiani negli anni ’80, il fenomeno corsa è aumentato a dismisura. Fino a quel momento, ad esempio, era la Fidal la “grande mamma” del podista medio. Non era neanche immaginabile pensare ad una diversa organizzazione, sia pure “promozionale”, come poi si sono rivelati (per il podista medo) gli Eps. Ed infatti il podista si allenava e partecipava alle gare seguendo quelli che erano i canoni classici, praticati dai campioni e resi pubblici, affinché si prendessero a modello da seguire (inutile stare qui a ricordare tutto l’armamentario del bagaglio podistico necessario, in quanto ad allenamento, abbigliamento, alimentazione, eccetera). Ma poi, ecco, con l’espandersi del fenomeno, si sono introdotti nell’ambiente sponsor, personaggi che non corrono ma risultano ugualmente necessari allo svolgimento delle manifestazioni, ed altri che riescono perfino a monetizzare qualche cosa… Questo a livello generale. A livello particolare, invece, cioè a livello del singolo podista, si è fatta strada, o può farsi strada, che non sia più del tutto indispensabile far parte della Fidal (non più riconosciuta come mamma, ma come matrigna, per servizi non resi secondo le aspettative); oppure la ricerca del tornaconto personale, cercando di limitare le spese di esercizio, visto che la crescita del movimento ha portato come conseguenza il lievitare dei costi delle partecipazioni alle gare, all’acquisto di indumenti cosiddetti tecnici (quando una volta bastava, per correre, l’essenziale), gli spostamenti per raggiungere le  varie località in calendario, eccetera.  Non stupisce quindi una certa disaffezione a quelli che erano i valori classici del podismo e ai quali, tutto sommato, si fa’ fatica a dimenticare.

Così, ci ritroviamo con “doppie tessere” e con “run card”, o con situazioni similari, che cercano di utilizzare tutte le lecite possibilità CONI di… “operare nel settore”…, e di mettere ordine in un movimento sempre in via di trasformazione, come è anche giusto che sia in un mondo in continua evoluzione. Le schiaccianti partecipazioni di alcune squadre per accaparrarsi il “rimborso spese”? La smania di arrivare “a premio”, per meglio fare una sorta di spesa domenicale? La voglia di cambiare squadra, pur di avere “gare prepagate” e “nuovo abbigliamento gratis a profusione”? Qualcuno potrebbe dire: “Cose dell’altro mondo…” E si sbaglierebbe, perché sono “cose di questo mondo”, che solo un ripensamento e un ritorno alle radici sportive, quelle dell’ agonismo e della lealtà, potrebbero (forse) far migliorare, mediante iniziative e incentivi rivolti ai giovani, che hanno un futuro davanti, e non agli anziani, che… davanti hanno qualche altra cosa….

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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