Perché si piange dopo una maratona

Scena classica all’arrivo di una maratona: un podista arriva trafelato e fra le rughe del suo volto affaticato si fa’ spazio un sorriso illuminante e uno sguardo che va’ molto più lontano dello striscione dell’arrivo, idealmente diretto verso quello della prossima maratona. Però, non è infrequente vedere dei podisti piangere, all’arrivo di una maratona; un pianto misto a sorriso, certo, ma… perché si piange?

L’uomo ha scoperto il pianto prima del linguaggio, come mezzo di comunicazione del suo stato fisico e psichico. Gli animali, ad esempio, forse piangono, ma solo in seguito a una sofferenza fisica, mai in base ad un’emozione oppure a uno stress. Se osserviamo gli animali chiusi in gabbia, li vediamo agitarsi o afflosciarsi inebetiti, mai piangere, perché non hanno imparato a farlo.

E l’uomo? L’uomo è dotato di molta intelligenza e si è immediatamente specializzato nel trovare un’istintiva forma di espressione di dolore. Come? Nell’ambito dell’evoluzione, ha maturato un meccanismo di collegamento cerebrale fra la parte anteriore della corteccia cerebrale e le aree cerebrali deputate alla rappresentazione delle emozioni, che sono il sistema “limbico” e il sistema “autonomico”, che coordina la frequenza cardiaca, la respirazione e la parola (ecco perché quando piangiamo abbiamo la respirazione difficile e ci viene il cosiddetto “nodo alla gola”…). Quindi, quando l’uomo… ne ha necessità…, “sfodera” questo meccanismo, che è anteriore a quello del linguaggio, cioè “viene prima”, e prorompe in un pianto più o meno dirotto. Tra l’altro si dice, e tutte le esperienze lo confermano, che le persone si sentano meglio, dopo aver pianto. Ciò è sicuramente dovuto all’eliminazione, proprio attraverso il pianto, di ormoni associati allo stress che lo hanno causato; il pianto, cioè, è una vera e propria “liberazione”.

Eccoci giunti al maratoneta che taglia il traguardo…, piangendo. Egli, nei pochissimi metri che lo separano da quella linea che lo ha impegnato per qualche mese, se non per qualche anno, si libera di tutto lo stress nel frattempo accumulato. In un certo senso, “cadono le barriere” del suo autocontrollo, del suo modo di approcciarsi agli allenamenti e alla gara con vigile impegno e costante sopportazione della sofferenza. In un certo senso, è “nudo”, “esposto alle intemperie” della sua sensibilità. Egli diventa d’un colpo solo parte integrante della natura che lo circonda e ne partecipa con tutta la sua debolezza e con tutta la sua forza, con tutta la consapevolezza della sua finitudine e della sua percezione di vivere un attimo di eternità.

 

 

 

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