Il podista pensatore

Succede che al giovane podista, “giovane” perché ha cominciato da poco tempo a correre, capiti di aver un calo delle prestazioni dopo un paio d’anni di attività; e che lui ne rimanga perplesso e un poco dispiaciuto; e che come conseguenza si senta impotente a ripetere i primi brillantissimi risultati che aveva conseguito, e che gli avevano fatto sentire sensazioni bellissime, rendendogli questo sport ormai irrinunciabile. Egli comincia a dubitare delle sue reali potenzialità; e che i grandi obiettivi che si erano incuneati nella sua mente, progetti di gare e di tempi memorabili, possano in realtà ormai trasferirsi nel dimenticatoio.

Si è già verificato in qualche gara che egli abbia visto podisti prima di allora sconosciuti, facce mai viste in gara, avvertendo un senso di forte disagio, come se si trovasse in un girone dell’inferno dantesco, peccatore fra peccatori. Qualcuno gli ha perfino detto, certamente in modo simpatico e non ironico,: “ma tu che ci fai qui?”, aumentando involontariamente in questo modo la sua traballante autostima. Così, il podista diventa “pensatore” e passa in rassegna tutta la sua breve esperienza, cercando di trovare una soluzione, o forse una giustificazione. A lui sommessamente ci rivolgiamo, invitandolo a considerare i nostri suggerimenti unicamente dettati dalla solidarietà che anima tutti i podisti.

Facciamo però subito qualche debita precisazione. Anche se abbiamo usato il genere maschile, la faccenda riguarda a pieno titolo anche quello femminile. E se abbiamo dato l’impressione di rivolgerci ad un podista come si suol dire evoluto, ebbene si sappia: la caratteristica che andiamo ad affrontare, la realtà podistica che stiamo cercando di illustrare, riguarda tutte le cosiddette fasce di podisti possibili, da quelli molto veloci a quelli molto meno, da quelli di verde età a quelli di… colore ingiallito.

Quando un podista comincia a correre, è come un fanciullo. A meno che non abbia avuto nella sua storia personale degli anni agonistici di un certo spessore, che hanno messo a dura prova tutte le sue articolazioni e i suoi muscoli, egli esordisce in un campo con tutta la sua freschezza; per cui, è facile che si migliori di gara in gara, di prestazione in prestazione, di allenamento in allenamento. Subentra il lui un sottile convincimento di essere portato per il podismo e si rammarica di non essersi accostato a questa disciplina molti anni prima, quando poteva esprimere tutto il suo potenziale. D’altronde, i continui miglioramenti cronometrici lo “distraggono” dal pensare che forse è solo una questione di freschezza atletica a causargli tanti successi e riconoscimenti. Tuttavia, trascorsi diciamo un paio di anni, l’organismo comincia a segnalare le prime avvisaglie di difficoltà: muscoli in precedenza “sconosciuti” si fanno sentire, così come qualche osso, qualche tendine… Insomma, si può dire che la fase ascendente della parabola sia terminata e che ora si tratta di fare in modo che la traiettoria sia più lunga possibile: si chiama “esperienza”…

Ma facciamo un po’ di conti e prendiamo ad esempio un podista che ai suoi inizi si sia attestato in gara su ritmi oscillanti sui 4’10”- 4’15” al km, cioè che in una gara domenicale di 10 km abbia ripetutamente conseguito il tempo finale di 41’- 42’. Secondo le nostre risultanze, dopo un paio di anni, il podista in questione comincerà a correre al ritmo di 5”- 10” più lento al km, fino al punto di arrivare a correre a 4’30” e chiudere la gara (sempre di 10 km) in 44’- 45’. Ciò vuol dire, sempre secondo il nostro personalissimo parere, che volendo correre una 21 km non riuscirà ad esprimersi meglio di un ritmo di 10” al km più alto rispetto a quello di una 10 km, terminando la sua “fatica” intorno a 1h e 38’. Se poi lo stesso atleta volesse cimentarsi in una maratona, per la “regola” che la maratona si corre al ritmo di corsa media, che in questo caso è 5’ al km, la porterà a termine nel comunque rispettabile tempo di 3h e 30’.

Nel frattempo, avrà maturato la convinzione che debba sapersi gestire, che debba meglio calarsi nel rispetto delle proprie capacità e che, soprattutto, debba allargare ad altri l’esperienza maturata, praticando quello che c’è di più bello nel podismo, e cioè correre con gli amici!

 

 

 

 

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