La cultura sportiva di Londra 2017

I mondiali di Atletica Leggera di Londra 2017 sono stati una vetrina esemplare, almeno per quanto riguarda la cultura sportiva di una nazione. Lo stadio è stato sempre pieno, per tutto il tempo riservato alle competizioni, costantemente seguite da un pubblico festante e competente.

Noi scriviamo sull’onda della delusione che ci deriva dall’essere una nazione quasi del tutto priva di medaglie, o di piazzamenti rilevanti nelle varie finali. Però, a pensarci bene, come popolo, non dovremmo meravigliarci di un simile fallimento, già ampiamente “pre–visto” nelle ultime competizioni internazionali, durante le quali abbiamo mantenuto costantemente le… posizioni di retroguardia.

Ci viene da pensare che in Italia uno stadio colmo di entusiastici spettatori lo troviamo soltanto in occasioni calcistiche, mai, o quasi mai, in coincidenza di appuntamenti sportivi di Atletica Leggera. Ciò significa che non abbiamo, checché se ne dica, un’adeguata cultura sportiva, anzi arriviamo a sostenere che non l’abbiamo affatto! Ed è, pertanto, abbastanza inutile e pretestuoso che noi si inveisca tanto, sui social e sui giornali. Se, ad esempio, chiedessimo ad un italiano medio di cosa parliamo quando alludiamo al “decathlon”, costui ci direbbe, immancabilmente, che ci riferiamo a un famoso negozio di articoli sportivi…

Forse, Londra 2017 rappresenta il solito paradigma che condiziona la nostra concezione morale di fondo: reclamare i diritti, anteponendoli ai doveri; quando in realtà dovrebbe essere il contrario. Solo dopo avere adempiuto ai propri “doveri”, sia il cittadino che lo sportivo, dovrebbero reclamare i loro “diritti”, cioè l’ottenimento di certi risultati (morali, economici, sportivi…). Invece, in Italia vige (da sempre…) pretendere le cose, senza far niente per creare le condizioni che possano favorirle.

 

 

 

 

 

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