Le vite parallele del calcio e del podismo

Plutarco scrisse “Vite parallele” non per fare opera di storia , ma per scandagliare caratteri e situazioni circa persone e avvenimenti della civiltà romana (alla quale apparteneva) e di quella greca, cercando di cogliere similitudini e insegnamenti utili ai suoi contemporanei, affinché non si ritenessero inferiori, o non trattassero con sussiego, gli antichi. Invece noi, molto ma molto più modestamente, vorremmo semplicemente segnalare quanto la parabola del successo del calcio, e i suoi inevitabili guasti conseguenti, siano quasi del tutto simili a quelli verificatesi nel podismo. D’accordo che sono due sport abbastanza dissimili, l’uno di squadra l’altro individuale, ma proprio per questo ci siamo messi ad osservare due entità tanto diverse tra loro, due manifestazioni delle attività umane mosse comunque da una qualche affinità.

La prima considerazione che ci viene da fare è che fra i due sport il calcio ha avuto i suoi eroi, mentre il podismo (a parte il “caso” Dorando Pietri) ne è stato sprovvisto. D’altronde, era anche più facile che ciò avvenisse, per due ordini di fattori. Primo, perché il calcio, essendo uno sport di squadra si prestava molto all’identificazione dello sportivo: in Italia ha sempre prevalso storicamente parlando il campanilismo, cioè l’arroccarsi a un gruppo ritenuto egemone. Secondo, perché la squadra di calcio conseguì ben due titoli mondiali in tempi rapidissimi (1934-1938) e questo suonò agli orecchi degli italiani come una grande deflagrazione, una risonanza tale che produsse appassionati e scrittori, scrittori e appassionati. Tanto per fare un esempio simile, per il podismo, si dovette attendere la vittoria olimpica di Livio Berruti alle Olimpiadi di Roma del 1960 e, tutto sommato si trattava di un velocista…, non di un podista in senso stretto…, cioè di un podista che in una manciata di secondi calamitava attenzioni e sentimenti; cosa ben diversa dai canonici 90 minuti… Inoltre del calcio, in questi decenni, ricordiamo Giovanni Arpino, Antonio Ghirelli, Gianni Brera e molti altri; ma del podismo, francamente, facciamo fatica a ricordare un solo nome.

Ma poi lo sport in genere si è sviluppato moltissimo nella società, a motivo anche della reazione dei popoli dopo il secondo conflitto mondiale, quanto i popoli furono percorsi dal sentimento della riacquista pace e della voglia di vivere. Anzi lo sport era visto come un’affermazione della propria vitalità, sia a livello individuale che collettivo. Così, avvenne che mentre il calcio proseguì e anzi ampliò la sua sfera di influenza sulle persone, anche il podismo cominciò a… muovere i primi veri passi. Gli sponsor cominciarono ad occuparsi del fenomeno calcio, ma di tutte le espressioni sportive che potessero essere fonte di guadagno commerciale. Non fu certamente un caso che l’Italia vinse i mondiali di calcio nel 1982 e appena due anni dopo Orlando Pizzolato inaugurò le sue due consecutive e mirabolanti vittorie alla maratona di New York, la maratona più importante del mondo. Non fu una semplice coincidenza, fu la dimostrazione che sia il calcio che il podismo erano entrati in una nuova era, quella alla quale stiamo ancora assistendo, un po’ inorriditi dagli esiti funesti che si stanno già materializzando.

Perché diciamo questo? Perché le parabole dei due sport, pur diversi nel loro… geometrico disegno, tuttavia si assomigliano nelle nuove difficoltà cui devono far fronte. Nei loro diversi apparati, elefantiaco quello del calcio, settoriale quello del podismo, si sono introdotte figure non del tutto pertinenti con lo sport di riferimento, pensiamo ad esempio ai procuratori nel calcio e agli organizzatori di gare nel podismo, che pur non essendo sportivi praticanti, quindi esperti, ne decidono programmi, bilanci e direzioni. Ciò ha determinato un abbassamento del livello tecnico che a volte fa’ paura; e la situazione non sembra sbloccarsi, nonostante i numerosi insuccessi in campo internazionale che ormai si verificano con una sconcertante puntualità.

A fronte poi di questi insuccessi clamorosi, si assistono a frotte di praticanti, in ambedue gli sport, che hanno quasi del tutto persa la concezione del valore dell’agonismo fine a se stesso: a loro basta giocare a calcio, o partecipare ad una garetta domenicale, per assicurarsi nella coscienza un posto di privilegio per avere dimostrato di essere uno sportivo praticante, in linea con gli atteggiamenti positivi dei messaggi pubblicitari che vogliono il cittadino impegnato in quello che si dice sia ormai diventato “il corretto stile di vita”. Ad affermare e ad incoraggiare questo nuovo e moderno modo di sentire lo sport, sono il pullulare delle “scuole”, numerosissime nel calcio, sparute nel podismo, ricche e ambiziose nel calcio, umili e tenute in vita da indomabili volontari nel podismo. Basta quindi “partecipare” a queste situazioni, per avere lo “status” di sportivo. Ma così facendo si è depauperato il vero spirito sportivo, che è quello agonistico e non edonistico, come ormai sembra prevalere a schiacciante maggioranza.

Potrebbe essere, questo, un sintomo dei tempi; si è massificato tutto, dalla cultura ai costumi, dal modo di concepire lo sport e allo stare insieme in società.

 

 

 

 

 

 

 

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