Vizi e virtù nel podismo

Il podista praticante assume tutta una serie di comportamenti che potremmo catalogare come un insieme di vizi e di virtù, a volte intrinsecamente collegati da risultare difficile disgiungere e sulla cui operazione può aleggiare un senso di presunzione: troppo arduo scindere le due cose, i due aspetti, pregi e difetti di una condizione che sfugge ad una normale catalogazione. Però, proviamo a farlo lo stesso, con beata incoscienza e simpatia per un popolo di sportivi di cui perennemente ci sentiamo parte.

Cominciamo con i vizi, cioè con quegli atteggiamenti che possono anche procurare piacere, ma che risulta poi essere assolutamente temporaneo; e poi proseguiamo con le virtù, vale a dire con quelle azioni che possono anche apparire in prima istanza noiose e improduttive, ma che regalano in seguito le migliori condizioni per una vita podistica sana.

E poiché Eugenio Montale diceva che “non possiamo non dirci cristiani”…, prendiamo in prestito quale ottimo paradigma “i 7 vizi capitali” e “le 7 (4+3) virtù cardinali e teologali”.

                                                                         I 7 vizi capitali

ACCIDIA – Appare chiaro che il podista non deve indulgere al riposo, per quanto piacevole o opportuno possa sembrare, nel caso egli abbia effettuato un allenamento anaerobico oppure un lunghissimo: il riposo non deve essere mai prolungato oltre il dovuto.

AVARIZIA – Ecco un aspetto molto dibattuto (all’interno di ogni podista): se la corsa debba essere sempre economica, nel senso monetario del termine, per tener fede alla sua nomea di sport il meno oneroso per le proprie tasche. A voler prendere alla lettera questa pur indiscutibile verità, si “corre” il rischio di vanificare ogni buon proposito: il materiale da usare deve essere di qualità e va’ sostituito appena il caso lo richiede (e non ci riferiamo solo alle scarpe…).

GOLA – Cosa c’è di più bello di un piatto di spaghetti al pomodoro fresco, o cose di questo tipo, innaffiate da vino generoso o da birra fresca, è inutile starlo a ricercare. Però, al podista che sia appena appena integerrimo, questi alimenti vanno posti e proposti nella giusta misura. Egli non deve indulgere in questo piacere e fare suo il detto che circola fra i podisti, e cioè che “si corre per mangiare e non si mangia per correre”.

INVIDIA – Il podista, in questo, deve essere egoista, nel senso che non deve pensare ai successi agonistici degli altri, ma concentrasi sui suoi allenamenti e sulle sue effettive possibilità agonistiche. Se viceversa si concentra troppo sulle vicende sportive di altri, provandone dispiacere se brillanti, allora vive male la sua vita e soprattutto il vero senso dello sport (determinando quasi certamente un peggioramento delle sue prestazioni).

IRA – La collera e la rabbia, in un podista, devono essere agonistiche, non fine a sé stesse. Quanto il temperamento irascibile si tramuta in condizione stabile, allora molte energie (psico-fsiche) vanno a disperdersi, in una china da cui poi risulta difficile risalire. Meglio far tesoro delle proprie risorse energetiche, in tutti i sensi, e concentrarsi nel “rilascio accurato” delle proprie potenzialità.

LUSSURIA – In questo caso, lo dice la parola stessa. L’istinto sessuale è connaturato alla vita umana e va’ esaudito. Esso è un “appetito”, come quello “alimentare” e per tanto vigono le stesse regole, cioè le stesse cautele: così, come bisogna mangiare quando ce n’è la necessità, così bisogna fare l’amore quando l’astenersi causerebbe difficoltà.

SUPERBIA – Nell’atteggiamento del podista, verso gli altri, è meglio si cancelli quel senso di superiorità e di alterigia che può sopravvenire al raggiungimento di particolari obiettivi cronometrici che ci si era prefissati. Ciò comporterebbe uno stato di solitudine che mal si concilia con lo spirito socializzante del podismo, oltre al fatto di sprigionare antipatia e di irradiare negli altri il desiderio di allontanarsi dalla pratica podistica. Un podista, in quanto tale, è podista solo quando corre in compagnia.

                                                               Le 7 virtù (cardinali e teologali)

FORTEZZA – Il podista deve essere “forte”, ma non necessariamente nel senso di “veloce”, ma in quello molto più impegnativo e difficile da conseguire di “morale”. E’ opportuno che egli sappia fronteggiare le varie vicissitudini della vita sportiva con risolutezza e determinazione, senza farsi abbattere e trascinare dalle alternanze delle situazioni, che di volta in volta possono richiedere dosi di fermezza e di solidità morale molto oltre il preventivabile.

GIUSTIZIA – Analogamente a quanto sopra, il podista deve essere in grado di padroneggiare le situazioni come dall’alto, da una posizione tale che egli stesso si possa vedere quale podista fra i podisti, sullo stesso livello e nella medesima condizione, senza pertanto avere una qualche forma di privilegio personale che, chissà per quali reconditi e misteriosi motivi, dovrebbe gratificarlo.

PRUDENZA – E’ meglio che il podista sia cauto, non per paura di poter poi essere sconfessato e sbugiardato di fronte ai suoi colleghi come un atleta che non ha saputo tener fede ai proclami di cui menava gran vanto. Deve essere prudente, ma di quella prudenza, meglio sarebbe dire “saggezza”, che ci consiglia nei momenti di dubbio o di indecisione, perché nessuno, anche il podista più allenato e preparato, non ha il futuro in tasca.

TEMPERANZA – La temperanza che s’intende in senso podistico, è quella che ci fa’ capire quanto sia stato valido il nostro continuo allenamento: al pari di un metallo ben forgiato, il podista che si è bene allenato, ha forgiato, “temperato”, il suo organismo (e la sua mente…), a tutte quelle che possono risultare le esperienza pratiche… da correre e da per-correre.

CARITA’ – Qui e altrove (nel catechismo…), “carità” non sta per “elemosina”, ma significa più semplicemente, e più difficilmente, improntare la propria vita podistica ad agire nei riguardi di sé stessi e nei rapporti con gli altri podisti, con benevolenza, con spirito di solidarietà. Può sembrare una cosa semplice e scontata, ma purtroppo non è così, o almeno, non sempre è così…, dietro la solita e ipocrita facciata di costume a cui spesso si assiste in ambito podistico (e non solo).

FEDE – La fede, cioè il credere fortemente nello sport che si è scelto e nei valori a cui esso ogni giorno che corriamo rimanda, è questione di fondamentale importanza. Senza di lei, noi non potremmo probabilmente continuare a correre con la stessa fierezza di spirito che abbiamo: siamo portatori sani di un virus che induce alla sofferenza che sarà ripagata dalla gratificazione personale, vista come fonte di salvezza dalle angustie dei comuni mortali che non… corrono e che non conoscono l’intima gioia che anima il podista… in ogni goccia di sudore.

SPERANZA – Simile alla fede, è la speranza, il credere e il voler credere che tutto abbia un senso, una prospettiva, verso cui correre. Però, sappia il podista che questa è la virtù più complicata da conseguire e da… coltivare: proprio come una pianta bella ma delicata, essa deve essere sempre innaffiata, alimentata, affinché non possa spegnersi o avvizzire. Se il podista saprà correre tenendo a bada i suoi inevitabili “vizi” e ad accogliere nella sua pratica quante più “virtù”, sapendole far coincidere con una bella e consolidata forma di “speranza”…, allora, ogni “traguardo” di felicità non gli sarà vietato.

 

 

 

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