E facciamoci una risata (amara) 56

Per una volta tanto, anticipiamo la prossima vignetta, nel senso che ne anticipiamo il contenuto. Pensiamo sia necessario farlo, per non confondere i nostri pochi lettori, i quali già si sobbarcano la fatica di reggere le nostre elucubrazioni, ed ora non vorremmo si sentissero in imbarazzo di fronte al contenuto della prossima vignetta che andremo a pubblicare.

Come essi ormai hanno imparato, il nostro argomento (si spera) satirico, a scadenza settimanale, prende spunto dal menù presente nella home page. Questa volta è “Alimentazione”, per cui abbiamo tentato di sorridere e di far sorridere di un atteggiamento tipico dei podisti legato sia all’alimentazione che alla loro “filosofia di corsa”: si mangia per correre, o si corre per mangiare?

Riconosciamo che a volte il nostro umorismo, se fa’ breccia, risulta un po’ amaro, come quel titolo del bellissimo film di Giuseppe De Santis, “Riso amaro”, quello con una splendida Silvana Mangano. Ma spesso il sorriso è veramente amaro, perché ci costringe a riflettere sulla società e ci consente perciò, per il semplice motivo che riusciamo a riderne su, di sopportarla.

Poiché la parte centrale della vignetta riguarda gli atleti top, frequentemente ragazzi provenienti dall’Africa, con problemi molto ma molto più grandi dei nostri, di noi che impieghiamo il tempo in modo così futile perché non abbiamo forse niente di meglio da fare, ce ne scusiamo con loro. Però, allo stesso tempo, ci piace confermare tutta la nostra stima e simpatia che abbiamo per loro, con alcuni dei quali abbiamo avuto il piacere e l’onore di correre (certo, da “posizioni” diverse…) e di stringergli la mano.

Striscia 1 – Due podisti si allenano per strada e uno pone la questione: se si corre per vivere, o si vive per correre.

Striscia 2 – L’altro lascia in sospeso il giudizio, inducendo nel compagno la curiosità.

Striscia 3 – Poi, se ne esce con l’amara riflessione che alcuni corrano per “sopravvivere”, e non per “vivere”, perché hanno “fame”.

Il punto è questo; se volete, la satira feroce ai nostri costumi di uomini cosiddetti civili. Noi, per “fame”, intendiamo la bramosia, la voglia di raggiungere un qualche obiettivo che ancora non siamo stati in grado di conseguire. Altri, diversi da noi solo per caso e per nascita, intendono per “fame”, quella vera, quella che abbiamo dimenticato, che esiste, quella condizione che non ti fa’ stare bene con te stesso e con gli altri e che, troppe volte, ti fa’ perdere la dignità.

Noi, per “fame”, intendiamo quella condizione alla quale non siamo più preparati, ma che a volte ricerchiamo nella puerile determinazione di fare una dieta…

Dovremmo, in conclusione, avere più rispetto delle parole e degli uomini che, loro malgrado, le rappresentano. Al limite riderci su, appunto, ma in modo amaro, molto amaro.

 

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