Le Olimpiadi di Raffaele

Mi fanno ridere i commenti, che leggo periodicamente in varie pubblicazioni, circa gli scarsi risultati ottenuti dall’Atletica Leggera italiana nelle competizioni internazionali, soprattutto quelle olimpiche. Ogni quattro anni è la solita storia; nel frattempo, apatia, incuria, indifferenza, salvo poi lamentarsi e accorgersi che non siamo meritevoli di medaglie.

Oddio, se ci fossero le Olimpiadi dell’affarismo legato all’Atletica Leggera, saremmo certamente da… podio! Molti ci guadagnano con l’Atletica…, tranne gli atleti!

Perché scrivo questa cosa? Perché ancora una volta Raffaele mi è d’insegnamento… Alla vigilia di non ricordo più quale Olimpiade (Barcellona?), discutevo con lui della faccenda. Argomentavo che l’Atletica doveva essere parte integrante e importante dei programmi scolastici, fin dalle elementari, così da costituire una base solida sulla quale fondare ogni tipo di programmazione sportiva degna di questo nome. Aggiungevo…, con una punta d’ironia e di esperienza nel settore scolastico che, ai colloqui con gli insegnanti, i genitori dovessero tremare e palpitare come per quelli di Italiano e di Matematica. E che, inoltre, lo Stato avrebbe dovuto istituire delle borse di studio per coloro i quali si fossero distinti nell’Educazione Fisica, anche (e soprattutto) se si fosse trattato della sola materia in cui si eccelleva. Tra l’altro, concludevo, la società ne avrebbe tratto innumerevoli vantaggi, in quanto a ricaduta di spese sanitarie, perché una popolazione dedita alla pratica sportiva sarebbe stata sicuramente più sana.

Raffaele mi ascoltava attentamente, ma poi mi gelò:

“Oj Pè, nun faje nient’… ‘Nce vulusse ca ‘o figlio turnasse ‘a casa e dicesse ‘a mamma: papà addo sta? E ‘a mamma ‘o rispunnesse: a correr’…”

Pensai che avesse ragione. Che bello… Un bambino torna a casa, magari da scuola, dove ha imparato qualcosa dai libri, dagli insegnanti, dalle attività, dove è stato con gioia e si è formato con gli amici; e nel cercare il proprio genitore, una volta tornato a casa, non lo trova al bar a giocare a carte… Pensai: “Più che i miei argomenti, valgono gli scenari evocati da Raffaele…”.

Cioè, la cultura sportiva di una nazione non si fonda sull’aspettativa di una legislazione speciale in materia di sport, ma sull’impegno concreto, fattivo e personale, dei singoli cittadini, ognuno impegnato nel mettere in pratica gli ideali in cui crede, con costanza e coraggio, fornendo l’esempio soprattutto ai propri figli.

 

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