Un amico ci chiede

Un amico ci chiede un parere su di un paio di scarpe nuove, ritenendoci (bontà sua) di essere in grado di formulare un parere attendibile circa il “valore podistico” della calzatura in questione, che è stata presentata due giorni fa: si tratta della “mithos blushield” della Diadora.

La prima impressione, quella visiva, sulla attendibilità della quale nutriamo da sempre notevoli sospetti a causa della perfettibilità della percezione sensoriale tipica del genere umano che ci spinge a ricercare subito il necessario approfondimento, non è stata del tutto positiva, perché la scarpa ci è sembrata un po’ tozza. A maggior ragione perciò ne abbiamo letto attentamente la presentazione. In essa ci viene detto che la “blushield” si avvale di un sistema assolutamente innovativo, sperimentato in 5 anni di studio consistente in una speciale soletta in grado di offrire “ammortizzazione, supporto e reattività” e che la mescola usata per la sua realizzazione è la SBS (ritrovato sintetico di stirene-butadiene-stirene) con tantissimi e minuscoli coni vuoti in grado di personalizzare il contatto del piede; che l’intersuola è in EVA (l’acronimo del prodotto Etilene Vinil Acetato); che la tomaia è in tessuto nylon MESH, ovviamente traspirante; che infine il prezzo oscilla dai 120 ai 130 euro.

Apprendiamo inoltre che questa soletta dentro la scarpa si configura con un arco plantare molto pronunciato e con la suddivisione dei metatarsi, onde consentire la spinta fisiologicamente ottimale al podista che la calza (secondo i ricercatori della Diadora, questa speciale soletta è la soluzione ideale che sostituisce il classico plantare anatomico, poiché si adatta a qualsiasi podista); che il peso varia dai 310 ai 320 grammi e che ha un “drop” di 10 millimetri. Per chi non lo sapesse, il “drop” è il differenziale tra l’altezza del tallone e quella dell’avampiede. Di solito, i podisti veloci preferiscono un drop fra 0 e 6 mm, mentre quelli più lenti, intorno ai 12. Si comprende facilmente il perché. I veloci non hanno interesse a proteggere tendini e muscoli già integri e allenati alle sollecitazioni della corsa, mentre quelli più lenti (o meno veloci, se si preferisce) tengono in conto i possibili accorgimenti per proteggere le loro già pericolanti articolazioni. Ne consegue, dal punto di vista anatomico, che un drop accentuato vada a discapito della velocità e a beneficio della capacità ammortizzante. Nel primo caso, si riduce “il tempo di frenata”, mentre nel secondo lo si accentua: ecco la ragione della differenza di ritmo.

A questo punto, scusandoci se diamo l’impressione di “parlare male” di questa scarpa e della casa che l’ha prodotta, ci sembra di notare che è stata presentata abilmente come una calzatura a metà strada fra due opposte categorie di scarpa, fra A2 e A3, lasciando forse ad intendere che la speciale soletta di cui dispone possa colmare un certo divario fra le due, costituendone un’assoluta novità in ambito podistico. Cioè, pesare fra i 310-320 grammi, significa non essere una A2 (260-300 grammi) e nemmeno una A3 (330-340 grammi); e avere un drop di 10 millimetri è una giusta mediazione fra un 6-8 millimetri e un 8-10 millimetri.

Alla fine spetterà sempre al cosiddetto “popolo dei podisti” stabilire, come di solito avviene con l’uso che ne farà, l’efficacia di questo tipo di scarpa. A noi resterà, semplici e modesti osservatori delle “cose e corse” podistiche, solo il compito di registrane,  e ce lo auguriamo a questo punto veramente, gli eventuali successi.

 

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