Non è tutto rosa quel che luccica

Aggiungiamo un nostro personalissimo parere al bello e dettagliato articolo apparso su “Repubblica.it” del 4 febbraio, dal titolo “Corsa sempre più donna. In Italia, boom femminile”, a firma di Maurizio Ricci. In esso viene sottolineata come la partecipazione delle donne alle gare su strada sia in crescita, sia in assoluto, sia rispetto a quella degli uomini. A conforto vengono citate alcune cifre e riflessioni che ne attestano in modo inoppugnabile la veridicità e il “trend”, come oggi si è solito dire. I dati concreti di rifanno alla recente corsa romana denominata “Corsa di Miguel”, di 10 km, la quale su 3.412 uomini ha vistola partecipazione attiva di ben 1003 donne, nonché al calcolo di coloro che hanno concluso una maratona (42 km) nel 2007, tra i quali si contano 6.3944 donne (italiane) che sono praticamente il doppio rispetto al computo effettuato sulla medesima distanza 10 anni prima, dove risultavano essere state 3.664. Delle riflessioni circa il fenomeno ci ha favorevolmente colpiti quella riferentesi all’età con cui una donna comincia a praticare il podismo, normalmente dai 20 ai 35 anni…, periodo durante il quale gli uomini… giocano ancora al calcio!

Però, ci sia permesso dire che… non tutto è rosa quel che luccica…, almeno per quello che ci è dato vedere in Campania, nel senso che lo sviluppo veramente incredibile della partecipazione delle donne alle gare podistiche non è sempre soltanto dovuta all’aumentata voglia di praticare uno sport all’aria aperta per il benessere sia fisico che mentale.

Intanto, bisogna riconoscere che il podismo è diventato un fenomeno di massa, che riguarda soprattutto gli uomini, dopo l’avvento di grandi campioni che hanno entusiasmato tutti gli italiani a partire dagli anni ottanta. Inutile ricordare i campioni olimpici Mennea, Simeoni, Dorio, Cova ai quali, quasi in contemporanea fecero eco le due vittorie consecutive di Pizzolato alla maratona di New York, la più celebre del mondo. Il dado era stato tratto: gli italiani si scoprirono un popolo di podisti. L’effetto continuò con Bordin, a Seul (1988) e si arrestò con Baldini (20004), ad Atene. Cos’era accaduto? Era accaduto che l’Atletica aveva avuto successo, che da pratica dell’esercizio  della corsa a fini personali era diventato un modo di esibirsi, di essere presente. Cominciò a furoreggiare il motto “io c’ero”, a testimoniare una partecipazione fisica, ma non atletica.

Contemporaneamente, la diffusione della pratica della corsa si confermava essere l’opportunità ideale per raggiungere una buona condizione psicofisica personale, anche e forse soprattutto (per le donne) dal punto di vista estetico. Per cui, la corsa cominciò a non limitarsi più al mese precedente la… “prova costume”. Viceversa, cominciò ad essere una sana abitudine quotidiana, in grado di rispondere al meglio a tutte le esigenze personali, fisiche e ludiche.

Ma è proprio questo il punto. A fronte dell’aumentata richiesta “personale” di podismo, non ha fatto riscontro un’adeguata risposta “statale” e il fenomeno si è arrestato nel “trend” di cui si diceva, lasciando nello stato superficiale il fenomeno di massa che non è riuscito (non poteva riuscire) a diventare fenomeno nazionale. La riprova è che la nazionale di atletica leggera, diciamo da Baldini in poi, non ha conseguito più medaglie alle Olimpiadi.

In più, gli organizzatori delle gare podistiche, facendo… il loro mestiere, spesso hanno “indotto e ridotto” le donne ad una partecipazione che possiamo definire superficiale, garantendo a tutte le concorrenti un premio, mortificando secondo noi il vero spirito sportivo e agonistico delle competizioni.

Ecco perché dicevamo che… “non è tutto rosa quel che luccica…”

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