Lato emotivo e prestazione podistica

Ci sono podisti, a volte molto preparati, che quando gareggiano perdono quella determinazione e brillantezza che hanno durante gli allenamenti, anche in quelli più faticosi. Essi partono bene e sembra si profili una competizione gratificante, ma appena un qualche avversario li raggiunge, sia pure di livello agonistico inferiore, smarriscono la concentrazione e si perdono in uno stato di affaticamento che, evidentemente, non è solo fisico. Cosa accade a costoro, e come porvi rimedio, è argomento di questo scritto.

E’ riscontrato che ogni nostro pensiero, ogni nostro ricordo, non è un fatto astratto, incorporeo, ma al contrario provoca emissioni di sostanze microscopiche, dette neurotrasmettitori, che hanno  sull’organismo una reazione fisica ben precisa. Ad esempio, la secrezione di piccolissime quantità di serotonina, legate a pensieri particolarmente rilassanti, inducono tranquillità ad un individuo un po’ teso. E ridottissime quantità di adrenalina, sostanza ben nota a tutti i podisti, possono aumentare il consumo di zuccheri e quindi spostare la disponibilità di sangue verso i muscoli, causando scompensi in relazione agli stati d’ansia. Quindi, pensieri, azioni, emozioni e reazioni organiche sono strettamente correlati. In altri termini, siamo indissolubilmente costituiti da un’unità “mente-corpo” che ci sovrasta e ci contiene. La domanda è: ne siamo dominati senza potercene liberare, oppure possiamo orientare gli effetti organici della nostra emotività verso obiettivi desiderati?

E’ possibile migliorare le proprie prestazioni psicofisiche, modificando gli atteggiamenti mentali negativi in grado di arrecare danni. Si può intervenire sul corpo, a livello inconscio, intervenendo con  determinati comportamenti, cioè alcuni allenamenti, con cui è possibile suscitare precise reazioni. Il principio generale parte dall’ esperimento scientifico chiamato “associazione di idee”, reso noto ormai da parecchi anni. Venne dimostrato, utilizzando animali, che il suono di una campanella, o l’accensione di una luce, abbinato a una piccola scossa elettrica, induceva quasi subito una reazione di paura. Ogni qual volta l’animale sentiva la campanella, o avvertiva l’accendersi di una luce,  balzava e si agitava. La sua mente era condizionata dal fenomeno e la reazione di paura era stata acquisita dalla sua natura. Solo dopo parecchie settimane in cui le caratteristiche dell’esperimento venivano drasticamente cambiate, avveniva nell’animale la condizione del “decondizionamento”, cioè la fase nella quale “sparivano” dai circuiti neurali i collegamenti abbinati alla paura.

Quindi, alcuni allenamenti possono essere mirati a incentivare certe reazioni. Ad esempio, un tipo di allenamento svolto per indurre una maggiore resistenza mentale alle crisi metaboliche, può essere costruito abbinando uno stimolo reattivo di accelerazione a una situazione di stanchezza fisica, corrispondente tra l’altro, dal punto di vista organico, ad un accumulo di lattato, oppure a un’esaurita presenza di glicogeno. Anche nel caso si volesse intervenire, in allenamento, per migliorare la determinazione agonistica, si dovranno suscitare gli stimoli inconsci allo scatto, alla volata, alla reazione del sorpasso in abbinamento con situazioni organiche ben precise e ricercate, come l’affaticamento e la stanchezza, tipiche condizioni che emergono durante una gara. In altre parole, gli stimoli inconsci, debitamente e scientemente allenati, vengono fissati a livello cerebrale per le quali un insieme di percezioni contemporanee anche molto diverse tra loro si legano assieme mediante un imprinting emotivo che le fissa e le stabilizza nella memoria, causandone effetti a livello prestativo. E una volta che il “messaggio” si è fissato, ancorché legato a un’emozione, verrà istintivamente fatto emergere in gara in analoga situazione.

Dopo un certo periodo di simili allenamenti “emotivi”, dovremmo essere in grado di aver acquisito la naturalezza e la capacità di abbinare a una determinata emozione un’altrettanta specifica reazione fisica. E’ come quando una bella e vecchia canzone ci fa’ ricordare un bel periodo amoroso vissuto anni addietro: scatta immediatamente in noi la molla dell’entusiasmo e, quel che più conta, l’effettività possibilità fisica di compiere un gesto altrimenti inespresso.

E poi, in effetti, si da’ ai podisti un’ulteriore possibilità, sperimentando queste tecniche emotive: mettere in pratica il noto detto che si corre soprattutto con la testa. O no?

 

 

 

 

 

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