Le “voci” dell’Atletica Leggera

Anche quello del telecronista sportivo di Atletica Leggera, la “voce” che commenta l’avvenimento, è un “mestiere” subalterno a quello del calcio. Niente a che vedere con il leggendario Nicolò Carosio, con il preciso Nando Martellini, il colto Bruno Pizzul. Per tacere di altre, molte altre, che hanno affascinato intere generazioni di ascoltatori; per tutte, una sola, quella di Sandro Ciotti, che venne giustamente definita per la sua gradevolissima raucedine, “la più bella brutta voce”. Molto più modestamente, la “regina di tutti gli sport”, l’Atletica Leggera, qui in Italia declassata da sempre al ruolo di semplice “ancella”, annovera invece poche voci, comunque tutte meritevoli di plauso, perché capaci d’incidere, pur avendo poche occasioni di… “farsi sentire”. I vari Attilio Monetti, Mario Mattioli, Fabrizio Maffei, Marco Franzelli, hanno tentato a più riprese, e con una “buona presa sul pubblico”, di evidenziare la bellezza del nostro sport preferito, capace anch’esso di narrare gesti ed episodi da annoverare nella storia epica della nazione. Ma, ci scuseranno i succitati, restano forse solo in due nella mente dei podisti, il passato e il presente, Paolo Rosi e Franco Bragagna.

Paolo Rosi era stato un grandissimo giocatore di rugby, più volte capitano della nazionale e due volte vincitore di scudetto (1948 e 1949) e trasferì nella professione di giornalista sportivo e commentatore televisivo tutta la sua efficace solidità ed essenzialità tecnica. La sua calda voce, pacata e incisiva, accompagnava lo spettatore fin dentro l’avvenimento come un amico di cui ci si poteva fidare. Egli si lasciava andare solo quando il commento, mai artificioso ed esagerato, si trovava al cospetto di un evento veramente eccezionale. Ricordiamo ancora quei suoi “finali”: “Cova, Cova, Cova,… COVA!” (Mondiali di Helsinki, 1983); “Recupera Mennea, recupera, recupera,… RECUPERA!” (Olimpiadi di Mosca, 1980). Cos’altro si poteva dire? La voce di Rosi era la nostra, solitaria e appassionata, rispettosa di tutti i concorrenti, italiani e stranieri, che si trovavano in gara certamente dopo mesi (a volte anni) di sacrifici e di preparazione ed ora erano pronti a disputarsi, con dignità e in pochi secondi, la loro storia di atleti e di uomini. E noi ne eravamo perfettamente partecipi.

Franco Bragagna sembra aver capito che l’appassionato di Atletica Leggera si è evoluto e che bisogna rapportarsi a questa variegata platea di sportivi con una più moderna e qualificata capacità di entrare nel merito, non soltanto dal punto di vista tecnico, ma anche da quello amministrativo e burocratico. Se prima si era un po’ pionieri nella professione, ora si deve essere in grado di “raccontare” anche gli aspetti che sono alla base di certe vicende che a volte, il doping per esempio, di sportivo hanno veramente poco. E se prima si indugiava abbastanza sull’aspetto “umano” degli atleti e degli avvenimenti, ora l’attenzione si “allarga” ad ambiti “scientifici e federali”, che richiedono una ben precisa preparazione da parte del commentatore. Ecco anche perché negli ultimi decenni, guarda caso più o meno da quando Bragagna è in RAI, è valso l’uso di affiancare il telecronista con un esperto, proprio per incidere su specifiche discipline, che qui solo per esempio ricordiamo Stefano Tilli per la velocità. Ed anche in questo caso, che Bragagna rappresenta molto degnamente, noi siamo partecipi, partecipi e consapevoli, e con lui e con i suoi esperti, “dialoghiamo” e cresciamo nella nostra informazione, ma soprattutto “formazione”.

 

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