Quanti chili si perdono correndo?

Viene subito da dire, “dipende”… Dipende da come e quanto si corre, se lo si fa’ per puro e semplice divertimento o per agonismo, oppure se si corre una 10 km, una 21 km o una maratona. Però, è vero: forse la prima molla che spinge un essere umano a diventare podista è la voglia (non diciamo “necessità”…) di dimagrire. Salvo poi magari accorgersi, come si sente dire in giro da chi già pratica il podismo che, con la corsa e con la leggerezza, la vita (non intesa come “giro vita”) diventa più bella.

Senza avere come nostro solito l’intenzione di calarci nell’argomento con eccessiva scientificità, cerchiamo di trattare la questione in base alle nostre forse discutibili acquisizioni, derivate comunque da una trentennale esperienza in materia.

Ogni podista possiede un “substrato energetico di base”, cioè l’energia richiesta con immediatezza dall’organismo impegnato nello sforzo, composto da un 50% di carboidrati e da un altrettanto 50% di grassi che, possiamo dire, rimane sostanzialmente invariato nei 10 km, comincia a modificarsi nei 21 km a favore dei carboidrati, che tendono a salire, e che trovano il loro culmine nella maratona, fino ad attestarsi all’80% , lasciando ai grassi il restante 20%. Se il podista corre ad un ritmo rilassato o al di sopra delle sue reali potenzialità, tale ad esempio da consentirgli di chiudere una 21 km in 2 ore e una maratona in 4, non avvertirà particolari problemi di affaticamento, perché il dispendio energetico sarà ampiamente contenuto entro limiti sopportabili. Ma se lo stesso podista affronta le distanze con altro piglio, e soprattutto se non è solito sottoporre il proprio organismo a certi sforzi prolungati, andrà sicuramente incontro alla crisi.

In un podista di 70 kg il contenuto di glicogeno (glucosio + carboidrati) è di 500 grammi. Ora, se si calcola che ha nel suo organismo una data ”miscela” di glucosio-carboidrati, potrà correre senza particolari problemi per 30 km (ecco il perché della classica “crisi del muro, dopo il 30° km…). Ciò avviene in base al calcolo seguente: 1 grammo di glicogeno fornisce 4 Kcal. Cioè, il corpo umano impegnato in una corsa lunga come ad esempio una maratona necessita di “integrare preventivamente” una certa quota energetica, perché perde una caloria per ogni chilo di peso corporeo per ogni km. Non è importante a quale velocità si corra, perché più la velocità è lenta e più si utilizzano i grassi, mentre più la velocità è sostenuta e più si consuma il glicogeno. In altri termini, il corpo umano utilizza il meccanismo energetico per lui più facile e opportuno nel momento stesso della corsa in ragione del ritmo che sta attuando. Ecco anche perché, come giustamente si dice, la corsa lenta brucia i grassi. Insomma, l’esempio classico che abbiamo preso del podista di 70 kg che corra una maratona, si troverà nella situazione che all’arrivo avrà perso 2940 calorie (42 km x 70 Kg). Però, a questa perdita si deve sommare quella, assolutamente momentanea, dei liquidi (il sudore), di circa 2/3 kg, che si ripristinerà quasi subito con il bere alla fine della maratona. Per avere un “parametro visivo”, molto generale ma indicativo, suggeriamo di fare questo esperimento. Quando terminate un allenamento, salite sulla bilancia: vedrete che un’ora di corsa corrisponde più o meno a un kg di peso perso. Poi, naturalmente, sarà lo stile di vita, continuato nel tempo, a rassodare il vostro corpo, a consentirgli cioè di migliorare il vostro metabolismo di base.

Stiamo dicendo, per coloro i quali avessero ambizioni cronometriche, che nella corsa bisogna prima riuscire ad essere “leggeri”, poi imparare a “bruciare i grassi”. Significa che la velocità del podista dipenderà dall’avere abituato l’organismo a servirsi dei grassi durante gli allenamenti anaerobici, riuscendo ad allungare i tempi dopo i quali si va’ in debito di ossigeno o, se si preferisce, ad aumentare i tempi di lavoro sul lattato. Per altri invece, che si ponessero l’obiettivo altrettanto esaltante di riuscire a finire una corsa anche lunga  e faticosa, sappiano che dovranno lavorare un po’ di più rispetto ad altri colleghi, perché comunque dovranno trasportare un “peso” che non hanno saputo, più verosimilmente “voluto”, ridurre in cambio di un approccio alla corsa maggiormente rivolto a quello che a ragione si definisce “star bene con sé stessi”.

 

 

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