Strategia nella corsa podistica: controllo del ritmo e della fatica

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Sperando di non infastidire ed annoiare i nostri malcapitati lettori, vorremmo iniziare con il dire che il termine “strategia” usato non è causale. Esso si differenzia dalla “tattica”, in quanto non inerisce la conduzione specifica della corsa podistica, ma il suo insieme. Per fare un esempio, è la stessa differenza che passa fra “guerra” e “battaglia”. E noi qui… vogliamo vincere una guerra, non una battaglia…! E noi qui…, vogliamo fare un altro esempio, traendolo come spesso ci succede dal calcio: per imbastire una valida squadra, si passa alla “strategia” di mercato, alla “tattica” da eseguire sul campo di gara. In definitiva, vogliamo dare qualche consiglio su come gestire la lunga fase di una preparazione, in due aspetti di fondamentale importanza, per poi affrontare al meglio una gara a cui si è puntato. In linea di massima riteniamo che, una volta acquisito una certa padronanza su questi due aspetti, si avrà la possibilità di “metabolizzare” degli elementi che saranno sempre utili nel prosieguo delle gare a cui si decidesse di partecipare.

In ogni podista vige quella capacità, a volte fortissima, a volte altalenante, detta “atteggiamento mentale”, che determina il successo o meno della prestazione. Nelle gare di breve durata, tale atteggiamento mentale è importante, ma in quelle di lunga durata appare proprio indispensabile averlo ben rodato. E’ notorio, infatti, quanto il podista che percorre notevoli distanze debba essere allenato non soltanto sul piano fisico, ma anche su quello mentale, e che debba quindi confrontarsi con la fatica e con i vari disagi che essa comporta, quali il dolore, la crisi, eccetera. Questo aspetto, definito giustamente “psicologico”, va’preparato con giudizio molto tempo prima di sperare di ottenere dei buoni risultati, diciamo per un periodo non inferiore ai 6 mesi. Esso si affinerà nei cosiddetti “lavori” e nelle varie gare, da considerarsi come dei “lavori eccellenti”.

Stiamo riferendoci a due ordini di fenomeni, alle caratteristiche di personalità del podista in argomento, alle abilità mentali specifiche che è in grado di utilizzare nel corso della prestazione. Ragionando a grandi linee, per meglio focalizzare la questione, la differenza fra caratteristiche di personalità e abilità mentali soggettive consiste in questo: le prime sono capacità, “primarie” sono di  tutti e si possono applicare a tutti i contesti esterni; le seconde, sono quelle “soggettive”, capacità per così dire specifiche e non tutti possono trovarsi nella condizione di saperle coltivare a dovere. Un esempio di quanto siano particolari queste capacità le troviamo nel controllo del ritmo e della fatica; perché non basta essere ottimisti, “vedere positivo”, avere una visione ottimistica della vita. Provate a ripetervi “sono forte, sono forte”, nel bel mezzo di una crisi in una maratona… Cioè, non basta avere fiducia nelle proprie possibilità, ma bisogna prepararsi per le evenienze, utilizzando qualche stratagemma che ci insegni l’esperienza. Quindi, “controllo di ritmo e fatica”, per affinare il senso e la padronanza della corsa.

Per quanto riguarda il controllo del ritmo, ci si domanda come possa fare il podista ad acquisirlo. Questa capacità è molto importante nell’economia di corsa, poiché consente, in ogni istante del cimento sportivo, di regolare l’andatura al passo voluto, indipendentemente dal tipo di tracciato, sia esso pianeggiante, oppure ondulato. Si tratta di raccogliere le informazioni provenienti dall’organismo sotto forma di sensazioni e di riuscire ad unirle con quelle provenienti dall’esterno, sia in allenamento che in gara. Durante l’impegno fisico dovrà verificarsi un continuo interscambio fra le sollecitazioni esterne e quelle mentali, tanto da doversi per così dire “fondersi” e che pertanto consentiranno all’atleta di uniformare il proprio passo in base alla continua attenzione sul gesto che sta compiendo, e che intende continuare a compiere, alla stessa cadenza e con lo stesso stile.

Per il controllo della fatica, il sistema più adottato è quella della “distrazione”; il podista cioè cerca di non pensare allo sforzo che sta compiendo, realizzando una sorta di dissociazione fra quello che sta facendo e la realtà che lo circonda: c’è chi guarda il paesaggio, chi ricorda una persona cara scomparsa fingendo che sia presente con lui in quel momento, chi pensa che il giorno dopo ci sarà un tempo in classifica che sarà il frutto del cedimento o meno del momento, eccetera, eccetera. Ma bisogna fare una distinzione fra le sensazioni dissociative (che allontanano dall’impegno) e le associative (che sottolineano l’impegno). Nel caso delle prime, una corsa rilassante è l’ideale; in quello delle seconde, però, è indispensabile riservarlo ad un impegno podistico molto serio ed importante, come un “lavoro” programmato, o perfino una competizione.

 

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