Non ci sono più gli allenatori di una volta…

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L’atleta di livello è la faccia di una medaglia, mentre l’altra è rappresentata dal suo allenatore. Forse, la carenza di atleti di livello nell’Atletica Leggera italiana dipende dalla mancanza di buoni allenatori. Allora, se l’assunto corrisponde a verità, potremmo azzardarci a dire: “Non ci sono più gli allenatori di una volta…”

Qualcuno potrebbe obiettare che se non ci sono atleti meritevoli di essere seguiti, non è giusto prendersela con una categoria che in realtà opera in condizioni di mancanza di talenti; e che magari bisognerebbe prendersela con la società intera, che non riesce a sollecitare i giovani ad intraprendere un’attività che richiede molti sacrifici e poche soddisfazioni. Vero. Però, abbiamo bene in mente la figura e l’opera del compianto Carlo Vittori, ad esempio, che seppe tramutare un giovane di belle speranze in un autentico e forse inarrivabile campione. Per cui, resiste in noi la tentazione che gli allenatori, quelli attuali, abbiano un po’ perso diciamo di mordente, anche perché probabilmente non sorretti in modo adeguato dalla federazione.

Abbiamo ancora in mente i fasti ormai lontani di campioni come Antibo, Cova, Panetta, Mei, Lambruschini, Bordin, Baldini, eccetera, e come complemento quelli di Rondelli, Lenzi, Rosa, Gigliotti, Canova… Già, Renato Canova. Forse, il suo caso è emblematico. Cominciò giovanissimo ad avere incarichi di responsabilità nella FIDAL e lavorò benissimo fino a quando, agli inizi degli anni ’80, cominciò ad allenare atleti nelle lunghe distanze. Di assoluto rilievo i risultati conseguiti con Maria Curatolo (bronzo mondiale nei 15 km 1987 e medaglia d’argento maratona europea 1994), Ornella Ferrara (bronzo mondiale maratona 1995) e Maura Viceconte (medaglia di bronzo europei 1998 e attuale primatista italiana sui 10.000, ed ex primatista nazionale nella maratona).

Uno così non poteva passare inosservato e così passò a dirigere il settore tecnico-scientifico della FIDAL, nel 1998. Era molto interessato allo sviluppo di nuove metodologie, a tal punto che ebbe incarichi di “docenza” presso la IAAF. Nell’ambito delle sue competenze e dei suoi studi di ricerca, si avvicinò alla realtà atletica del Kenia, cominciando ad allenare atleti degli altopiani, per capirne fino in fondo le possibili differenze fra gli allenamenti svolti in altura o al livello del mare. In quanto responsabile dei corsi organizzati dalla IAAF strinse rapporti sempre più stretti con i paesi africani, fino al punto, dimostrando notevole coerenza, di dimettersi dal suo ruolo federale di Direttore Tecnico-Scientifico. I successi conseguiti da Renato Canova con gli atleti africani sono veramente tanti; si possono enumerare 39 medaglie in varie edizioni dei campionati  mondiali di atletica, con record mondiali in specialità dei 3000 siepi, nel cross e nella maratona, sia maschile che femminile. Dal 2013 ha cominciato a collaborare con la federazione cinese, per introdurre in questa nazione nuove tematiche e metodologie legate alla pratica della corsa.

E l’Italia? Non si poteva cercare di trattenere un allenatore del genere? Non è che la carenza di campioni si spiega anche con la mancanza di buoni allenatori?, cioè di persone motivate e qualificate, con incarichi retribuiti degni delle loro competenze e dedizioni? Probabilmente, la figura e l’opera di Renato Canova è tipica di un movimento che non riesce a trattenere i talenti emersi, sia in “campo” atletico, che tecnico e dirigenziale, non avendo una capacità contrattuale adeguata ai tempi commerciali e globali che viviamo. Si dovrebbe pensare, nelle “altissime sfere” dello sport italiano, nel CONI, che l’Atletica Leggera deve praticare le attuali leggi del mercato, con una qualificata competenza dei suoi attori, attratta e trattenuta mediante nuovi e copiosi fondi statali “pretesi” da un movimento ormai troppo trascurato. Fino a quando l’Atletica Leggera italiana è vissuta sull’entusiasmo di dirigenti, tecnici, atleti e allenatori, fino a quando cioè bastava affrontare le discipline in senso quasi pionieristico, le cose sono andate abbastanza bene. Ma da quando la specializzazione delle competenze richiede un contributo oltre a quello personale anche organizzativo ed economico, le cose sono precipitate. La prova di quanto andiamo asserendo ce la fornisce la carta d’identità di tutti gli allenatori storici italiani, Canova compreso ovviamente: possibile che nessun giovane allenatore sia balzato agli onori delle cronache sportive? E’ del tutto evidente che manca qualcosa, anzi più di un qualcosa, che si può tradurre con la parola “incentivi”, che possano indurre le persone con talenti specifici a considerare l’Atletica Leggera italiana come una realizzazione dei loro progetti professionali.

Ecco perché, come abbiamo detto, non ci sono più gli allenatori di una volta.

 

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