Ultramaratoneti, si nasce o si diventa?

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Abbiamo nei riguardi degli ultramaratoneti un incredibile rispetto. Essi ci appaiono per certi versi come gli uomini del passato e… anche come quelli del prossimo futuro…, se vogliamo considerare tutti i lati di un processo industriale ed economico che ha portato nel mondo inquinamento ambientale e morale…! Allora, ci siamo chiesti, domanda banale e  intellettualmente parlando scorretta, perché vi è insita già la risposta: ma, ultramaratoneta, si nasce o si diventa? E’ chiaro, infatti, che si diventa.

Cerchiamo di stabilire un “percorso” ideale che un podista diciamo “normale”, uno cioè che corra abbastanza abitualmente durante l’anno svariate 10 km, qualche 21 km e almeno una maratona, dovrebbe “percorrere” prima di potersi considerare un ultramaratoneta. Almeno in partenza, non è possibile sapere se un atleta, anche bravo, di distanze “brevi” possa esprimersi degnamente anche sulle “ultra”. Portare a termine una gara di svariate ore, nel rispetto degli obiettivi prefissati, deve necessariamente prevedere una sorta di allenamento precedente, una “preparazione metabolica”.

La prima cosa da sapere, e quindi fare, è partecipare a qualche gara trail e ad una di quelle manifestazioni un po’ particolari, a distanza media lunga, del tipo Pistoia/Abetone, tanto per intenderci. E poi sottoporsi ad alcuni test sulla resistenza. Individuata una salita ripida, diciamo con un dislivello positivo intorno anche ai 1000m, la si percorre a ritmo lento uniforme intervallato a tratti di passo veloce. A sensazione, si controlla la frequenza cardiaca, che non sarà massimale, ma certamente ad un livello medio-alto. Un altro tipo di lavoro, è quello su di un percorso breve collinare, quindi con saliscendi, e non sempre asfaltato, che misuri intorno ai 3 km. Una sorta di “ripetuta”, per sollecitare ulteriormente l’intensità della frequenza cardiaca, e con un recupero tra le prove (almeno cinque) di 5-6’.

Superata questa fase, preparatoria ad un ultramaratona, e consideratala positiva sotto tutti gli aspetti, si dovranno predisporre gli obiettivi concreti da perseguire durante il periodo della preparazione specifica. Questi potrebbero (e dovrebbero) essere: a) conseguire buone capacità metaboliche, per poter correre per molte ore; b) riuscire sempre a mantenere durante lo sforzo un corretto stile di corsa; c) partecipare a delle gare di resistenza che siano interlocutorie; d) consentire all’organismo un adeguato recupero fra le fasi competitive. Tutti gli altri aspetti della preparazione legati all’abbigliamento, all’alimentazione e allo stile di vita, si danno per scontati siano inappuntabili; soprattutto chi è un maratoneta abituale li ha, per così dire, incorporati.

Come si prevede nella preparazione di una normale maratona, il lavoro specifico di resistenza, il cosiddetto “lungo”, è necessario si faccia negli ultimi tre mesi almeno una volta al mese. Per tale motivo, l’aspirante ultramaratoneta effettuerà tre lunghi negli ultimi tre mesi, ognuno su di una distanza oscillante fra i 70 e gli 80 km, in gare tirate ad una condizione sub-massimale, diciamo ad un livello dell’80% delle proprie possibilità, un po’ come si fa’ con la corsa media per le gare settimanali di 10 km. Comunque, se per preparare una maratona da portare a termine con un tempo ragguardevole occorre un periodo di almeno tre mesi, per l’ultramaratona il discorso ovviamente è diverso, perché bisogna “aspettare” l’adeguamento metabolico e il tempo occorrente per l’espletamento dei lavori necessari (recuperi compresi). Per cui un anno è… da mettere in cantiere. Ma dopo, portata a termine la gara, ci si sentirà… “ultra soddisfatti”!

 

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