Domande all’ortopedico: il plantare

Siamo seduti al “bar del podismo” e notiamo l’entrata del nostro amico ortopedico che in verità non viene molto spesso, perché lo assaliamo sempre con domande di tutti i tipi che riguardano la sua competenza. Succede così: lui entra, saluta (subito ricambiato), chiede qualcosa da bere e cerca istintivamente un tavolino libero, dove potersene stare tranquillo per qualche minuto. “Progetto” immediatamente vanificato dal conplantare-realizzazionesueto drappello di podisti presenti nel bar (che chiameremo Tizio, Caio e Sempronio), i quali credono di poter trarre un qualche giovamento ai loro malanni  (a volte reali, a volte “futuribili”) dalla sola presenza del loro amico ortopedico. Non gli sfugge che ha chiesto un succo di frutta all’ananas. Ed io mi avvicino divertito.

Tizio – Ciao, dottore, beve ananas perché ha sostanze antinfiammatorie, vero?

Ortopedico – Ciao, sì, le contiene, anche se non… in quantità industriali. Lo bevo perché mi piace. E dovendo bere un succo di frutta… In realtà, di frutta nei succhi di frutta, ce n’è ben poca…

 Caio – E’ vero, anche per questo io preferisco il caffè, così decido io la quantità di zucchero da mettere, e se metterlo perfino. Perché, forse, il caffè andrebbe bevuto amaro, vero dottore?

– Vabbè, adesso non esageriamo… Quando si prende un caffè, non lo si deve inserire in un… programma dietetico ben preciso. Dev’essere un gesto distensivo, rilassante.

 Sempronio – Sicuro! A parte, naturalmente, quando si prende il caffè di prima mattina, prima della corsa. In questo caso, un po’ di zucchero occorre, proprio per ingerire un po’ di sostanze.

– Giusto. Anche se è consigliabile mangiare una qualcosina, ad esempio un frollino, per non impegnare troppo l’apparato digerente: il caffè potrebbe, specialmente in qualche soggetto predisposto, favorire la peristalsi.

 – Dottò, a proposito. Tempo fa mi consigliaste l’uso del plantare. Da allora vado abbastanza bene, ma ogni volta che acquisto un paio di scarpe nuove mi pongo la domanda se devo scegliere scarpe stabili, oppure antipronazione.                                              – Per rispondere adeguatamente, bisogna prima chiarire quali sono e debbano essere le caratteristiche di una scarpa cosiddetta stabile, ideata proprio per risolvere problemi di pronazione. Queste scarpe sostengono il piede nella sua rotazione verso l’interno in fase di appoggio mediante svariati ritrovati. Ad esempio, con un’intersuola a diverse portanze (cioè, una parte dell’intersuola è più rigida dell’altra), compatibile con l’utilizzo del plantare. Un altro esempio, sono le espansioni mediali dell’intersuola che irrigidiscono la tomaia al suo interno e che possono in effetti interferire con l’alloggiamento ottimale del plantare. Avviene che quest’ultimoplantare_ortopedico_vasyli_m_3, invece di poggiare su di un piano, viene rialzato vistosamente nella parte mediale, creando un’eccessiva pressione in corrispondenza della volta longitudinale mediale del piede. Alla fine, possiamo concludere dicendo che le calzature di forma dritta si adattano meglio di altre all’utilizzo di correttivi ortesici quali sono i plantari.

 – Ho capito… Ma quanto dura un plantare?                                                                                   – Questo, ovviamente, dipende dalla tecnologia, dai materiali, dai chilometri percorsi. L’usura di un plantare è sempre l’insieme di questi elementi, come ogni componente della calzatura. Poi, altro fattore importante, è il peso del corridore: una cosa è pesare 80 kg, ad esempio, ed un’altra è pesarne 60. L’usura da schiacciamento tiene conto anche di questo fattore. Diciamo che un periodo che vada da sei mesi a un anno corrisponde, mese più mese meno, alla durata media. Dopodiché è opportuno esaminare con attenzione il materiale e, nel caso, provvedere.

 – Dottò scusate, già che ci siamo. Un amico ha una diversa lunghezza degli arti inferiori e mi ha chiesto se deve usare i plantari. Cosa gli devo dire?                                                               – Quando all’esame obiettivo si riscontra questa caratteristica, la si può compensare con i plantari, certo. Anzi, il più delle volte è la soluzione ottimale: semplice ed efficace.

 – Ah, questi plantari. Forse, dottore, li dovrei usare anch’io. Consumo troppo le scarpe di lato, soprattutto posteriormente. Con un plantarino posteriore risolverei?                                 – E’ sempre rischioso rialzare all’esterno il plantare per un podista. Si potrebbero accentuare problemi al tendine di Achille al momento solo latenti. L’assetto di corsa non deve essere paragonato a quello teoricamente simmetrico delle gomme di un’automobile, poiché il movimento del piede di un podista non avviene solo lungo l’asse longitudinale. Per cui, ogni eventuale accorgimento o correzione bisogna che abbia riscontri biomeccanici attentamente vagliati. Consumare le scarpe di lato, non significa sempre avere un appoggio scorretto.

 Che vi avevo detto? Il succo di frutta all’ananas dell’amico ortopedico “giace” ancora sul tavolino, quasi completamente imbevuto… Glielo faccio notare: “Dottò, il succo di frutta…!”

“Uh, è vero! Scusate, s’è fatto tardi, devo andare. Ciao, ragazzi, ci vediamo!”

 

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