Se “Omme ‘e merd’!”, può essere considerato un illecito sportivo

La FIDAL, al pari di qualsiasi federazione, ha un proprio “codice di giustizia penale”, che si chiama “Regolamento di giustizia”, perimages dirimere tutti i casi che si dovessero verificare in ordine agli illeciti sportivi, che sono quegli atti diretti ad alterare lo svolgimento o il risultato di una gara, nonché assicurare a qualcuno, in maniera indebita, un vantaggio. Naturalmente, la FIDAL accoglie a statuto, in particolare agli artt. 39-43, quelle che sono le linee guida del CONI. Ma quali sono nella loro estensione completa i casi che riconducibili alla fattispecie di illecito sportivo?

Siamo portati a pensare che il caso di illecito sportivo sia quello di assumere sostanze vietate, proprio per assicurarsi un indebito vantaggio ai danni degli avversari, dimenticando tra l’altro che il divieto è stabilito soprattutto per garantire la salute dell’atleta. Comunque, non è solo questo il caso di illecito sportivo, sia pure il più eclatante e il più… alla moda. Sono raffigurabili anche tutte le forme, direttamente o indirettamente, collegate all’alterazione di risultati, definibili come comportamenti “devianti” del normale svolgimento di una gara. Ad esempio, tutti quei casi catalogabili alla voce “assistenza”: concorrenti che si fanno accompagnare da persone in bicicletta, allenatori o amici che segnalano urlando i tempi di passaggio (su strada o su pista), concorrenti che all’atto di iscrizione di una gara su pista dichiarano tempi e risultati mai ottenuti in carriera, e via discorrendo. Lasciamo in sospeso l’ampia gamma di casi possibili, perché la fantasia dei potenziali “sleali” nella pratica sportiva è abbastanza “fertile” e tener dietro a tutte le possibili varianti è impresa alquanto dura.

Su di un caso però vorremmo intrattenerci, per esserne stati spettatori inconsapevoli. Il caso è quello dell’ingiuria, se costituisca cioè materia di giuristi zia sportiva, o non sia magari pertinenza esclusiva di giustizia ordinaria. In altri termini, può la giustizia sportiva “giudicare” una figura di illecito già contemplato dall’ordinamento giuridico generale dello Stato? La vittima di un’ingiuria, di oltraggio, di percosse, di diffamazione, può già rivolgersi per vedere soddisfatte le sue ragioni, alla giustizia ordinaria. Ma se qualcuno di questi fati viene “praticato” da un tesserato ai danni di un altro tesserato sembra che sia vncolato alla federazione di sua pertinenza, in questo caso, nel nostro caso, dalla FIDAL. Questo è il cosiddetto “vincolo fi giustizia”, che recita: “I tesserati e le società affiliate, si impegnano a non adire altre Autorità per la risoluzione di controversie connesse all’attività sportiva, o associativa, ed espletata nell’ambito della FIDAL”. Ma è giusto?

Fummo spettatori in una gara di cross, dove si corre per categorie separate, di uno spettatore che urlò a un concorrente al suo passaggio, “Omme ‘e merd’!”, suscitando nell’atleta un ovvio risentimento. Quando questi di lì a poco terminò la sua prova, si affrettò a segnalare ai giudici all’arrivo il comportamento dello spettatore, per poi… riprendere la corsa… con l’intenzione di risolvere “manualmente” la circostanza. Ovviamente, io e gli altri ci frapponemmo fra i due, evitando che si trascendesse oltre ogni ragionevole dose di buon senso. Però, appena gli animi si calmarono, ricordo che rimasi pensieroso circa la fattispecie legale: ma è normale che in simili casi si debba necessariamente rispettare un regolamento che vincola in tutto e per tutto già all’atto del tesseramento? In effetti, il tesserato può chiedere al consiglio federale una deroga al “vincolo di giustizia”, ovvero la possibilità di rivolgersi al giudice ordinario per i casi di particolare gravità. Però poi, i tempi si allungano troppo, poiché il consiglio federale ha sì l’obbligo di pronunciarsi, ma entro 30 giorni. Ci restano dei dubbi su questa trafila, dubbi ci sia permesso dire di natura costituzionale, dato che nella carta fondamentale del nostro ordinamento giuridico si precisa che nessuno può essere distolto dal giudice naturale costituito per legge.

Ad ogni buon conto, tornando a casa e poiché ci eravamo recati sul posto in macchina con l’amico che aveva insultato l’atleta, gli chiedemmo:

“Neh, Rafè, ma pecché ce ritt’ chella cosa?”

“E pecché avev’ penzat’ e c’ha ricere appena ‘o verevo…”

“Uhà, e putiva aspettà nu poco…, e fatt’ succerere nu casino!”

“Ma che bbuò, aggia ritt’ ‘a verità…”

“Po’ essere, ma è scigliuto ‘o moment’ sbagliato!”

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