La “motivazione intrinseca”

Riflettendo su ciò che accade nella maggior parte dei podisti, nel loro bisogno di praticare la corsa,  ci sembra si sia modificata la “motivazione intrinseca” che altri chiamano “molla”. Spiace affermarlo, ma è come se il podismo venisse praticato non perché piace, ma perché è ormai diventato uno dei pochissimi mezzi che l’individuo ha per affermarsi o per essere visibile. Forse, non ce ne rendiamo conto (o preferiamo non rendercene conto…), ma ci siamo adagiati a vivcorsa-headerere in un tipo di società che pone l’individuo sempre di più in una posizione anonima, indistinta, per emergere dalla quale, per affermare la propria esistenza, ci si batte e si dibatte per mettersi in mostra, pena la condanna (ovviamente presunta) all’indistinto e all’insignificante.

Spiace soprattutto per i ragazzi, nel caso fossero spinti alla pratica podistica da questa malintesa “motivazione intrinseca”, che non è quella naturale del genere umano, vittime ancor più del moderno sistema di vita rispetto agli adulti i quali, bene o male, hanno già svolto gran parte del loro ruolo su questa terra. In questi ultimi è andata affievolendosi la condizione biologica del gioco a mano a mano che cresceva la loro età in contemporanea col benessere sociale, e la dimensione naturale lasciava progressivamente il posto a quella artificiale. Così hanno smarrito l’espressione dell’attività fisica e coordinativa legata al gioco, che è la massima dimostrazione biologica degli animali evoluti. Anzi, la moderna società tende a trascurare il periodo dell’infanzia e

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dell’adolescenza, in quanto provvisorio e non definitivo, non catalogabile in un contesto sociale nel quale sono privilegiati i ruoli ben definiti e catalogabili. Ragione per cui i ragazzi e i loro giochi non sono visti come “ipotesi di futuro”, ma come impedimenti e rotture all’ordine costituito. La “motivazione intrinseca” del gioco, non è più, nella maggioranza dei casi, la “molla” che spinge gli amatori alla pratica podistica. Un esempio? Se chiediamo ad un podista, dopo che ha svolto un allenamento anaerobico, ad esempio un lavoro sulle ripetute, se si è divertito, ci risponderà quasi certamente che lui “doveva” fare quel tipo di allenamento, se voleva raggiungere “certi obiettivi”. Non ci dirà nulla della gioia che gli è preso nell’effettuare quel determinato allenamento, ma porrà solo l’accento su ciò che gli consentirà di “apparire”, agli occhi degli altri, meritevole della loro attenzione e ammirazione.

La “motivazione intrinseca” nella pratica dello sport corrisponde alla motivazione fondamentale del comportamento umano quando è gratificato nella sperimentazione del proprio controllo sulla realtà, espresso sotto forma di padronanza del proprio corpo, nonché delle emozioni che ne derivano. Ma ormai sembra avere molto più spazio la “motivazione estrinseca”, quella che deriva il proprio compiacimento da altri aspetti della realtà, quali il denaro, la visibilità, eccetera, tutte cose esterne quindi alla dimensione umana, non comunque tali da costituire una valida formazione di base. Lo sport è visto quindi non come una ricerca e una scoperta della realtà, come la gioia di un imparare “in progress”, ma come mezzo e strumento per raggiungere una qualche affermazione che possa scongiurare il pericolo di uno sconcertante anonimato.

Invece, una pratica sportiva che fosse coerente con le caratteristiche biologiche umane, dovrebbe essere focalizzata sull’apprendimento di nuove capacità psicomotorie ed emozionali. Ecco perché, in ultima analisi, guardiamo con simpatia al crescere, soprattutto nel movimento amatoriale, di gare trail, di ultramaratone o comunque di gare che propongono il contatto con la natura. E’ questo che l’amatore “intrinsecamente” deve sentire e poi “estrinsecamente” fare: essere a contatto, sempre, con la natura e quindi con sé stesso.

 

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