Dimagrire o perdere peso

Uno dei problemi maggiormente sentiti dai podisti, e forse la molla che li ha spinti ad intraprendere questa pratica sportiva, è la necessità di dimagrire. Tutti i podisti, più o meno, sono stati un po’ pesanti, almeno obesitàuna volta nella vita, quando hanno cominciato a notare qualche rotolino sui fianchi o altre cosette del genere. Ma soprattutto sono rimasti qualche volta molto sorpresi nell’intraprendere una rampa di scale e nel notare un certo loro respiro affannoso come mai in precedenza avevano notato. E in effetti, muoversi con un fardello addosso di svariati chili, significa portarsi addosso uno zaino bello pieno. Il ragionamento istintivo che in passato ne è conseguito è stato quello di decidersi a fare un po’ di movimento. E sempre in passato, l’inizio è stato contrassegnato da un grande entusiasmo e da qualche perplessità, poiché a evidenti perdite di peso ravvisabili nell’immagine riflessa nello specchio, non faceva riscontro il dimagrimento sancito dalla bilancia sulla quale si saliva speranzosi. Come mai?

Allora, conviene chiarire la differenza fra le due cose, almeno tentare di farlo, per una maggiore conoscenza della questione. Una cosa dunque è il calo dperdere-peso-dimagrirei peso, altra cosa è il dimagrimento. Che cos’è il calo di peso? E’ la perdita di grasso. Che cos’è il dimagrimento? E’ il calo del grasso. Sembrerebbe la stessa cosa e, in un certo senso, lo è. Però, mentre nel calo di peso (il “perdere peso”) le perdite di acqua e sali minerali espulsi col sudore si reintegrano quasi totalmente dopo pochi minuti con l’assunzione (anche moderata) dei cibi; nel dimagrimento vero e proprio questo processo di “privazione” è meno evidente, ma più graduale e costante nel tempo, grazie alla continua attività fisica. Possiamo dire, per usare un’immagine podistica, che la corsa della perdita di peso è veloce, mentre quella del dimagrimento è lenta.

A questo punto viene da domandarsi quale sia il processo che inibisce al grasso di affievolirsi più facilmente. La risposta ha un nome ben preciso: gli adipociti. Questi, che sono le cellule che contengono il grasso, lo cedono con difficoltà. O almeno lentamente, come ben sanno i podisti più esperti, quelli che corrono con grande dispendio energetico, e che cioè il corpo utilizza prima gli zuccheri, cioè subito, e dopo, molto dopo, i grassi. Quasi sicuramente il fenomeno è da ricercare nell’istinto di conservazione della specie umana, dato che il grasso è stato sempre la riserva naturale, l’unica, che l’uomo aveva a sua disposizione per la sopravvivenza. Gli adipociti si sono quindi evoluti nel corso dei millenni, specializzandosi nella preziosa conservazione del grasso e nel suo rilascio, diciamo, difficoltoso.

Un’altra osservazione va’ fatta a proposito del grasso e delle cosiddette diete miracolose che promettono dimagrimenti eccezionali, del tipo 7 chili in 7 giorni. Il tessuto adiposo, il grasso vero e proprio, non alloggia nel corpo umano in… compartimenti stagni. Magari fosse così; lo si potrebbe isolare e concentrare su di lui tutte le possibili e specialistiche cure. Invece no. Spesso dimentichiamo che il grasso è “attaccato” ai muscoli, ne è parte integrante. Perderlo in maniera per così dire verticale, significa indebolire l’organismo, perché impoverendo le fibre muscolari, si perdono le energie. Ecco perché chi si sottopone a certe diete miracolose è soggetto a debolezza, non tanto e non soltanto perché assume meno alimenti, ma perché riduce il tono muscolare e quindi la funzione energetica e propulsiva che esso svolge.

Non ci resta che continuare a correre, quindi, magari abbinando agli allenamenti regolari una dieta alimentare equilibrata…, aspettando che il tempo faccia la sua “corsa”. Senza scendere troppo nei particolari, si possono indicare le linee guida per un’alimentazione adatta allo sportivo che abbia in best-running-watchesanimo di dimagrire ulteriormente, magari tenendo sempre presente che ogni atto, anche quello alimentare, non va’ estremizzato, pena un risultato perfino contrario a quelle che erano le intenzioni originarie, miglioramento delle prestazioni e non scadimento di forma dovuto a una sorta di parziale denutrizione. I pochi e semplici consigli si riducono alla varietà dei cibi, all’adeguamento degli stessi in base alla specifica attività che si vuole praticare, ad una distribuzione dei pasti che vada oltre i tre giornalieri (mangiare poco e spesso), all’uso molto moderato dei condimenti, all’abolizione degli zuccheri semplici e dell’alcol.

Facile, no?

 

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