L’importanza antropologica dello sport

Avremmo voluto intitolare “L’importanza antropologica del podismo”, e avremmo fatto bene, ma poi ci siamo accorti che si “correva” il rischio di essere settari e di non riconoscere adeguatamente l’importanza c13887057_10210217237496325_5526894921376040464_nhe si deve attribuire allo sport nel suo complesso. Il caso ha voluto noi si leggesse il bel post dell’amica Sonia Marongiu circa i dieci ragazzi che partecipano alle Olimpiadi con i colori della pace e non con quelli del loro paese di origine, perché transfughi. Abbiamo subito commentato, anche per arginare qualche parere espresso che ci è parso assolutamente inopportuno, mettendo in rilievo la dicotomia “uomo moderno – uomo antico” nella sua costituzione antropologica di essere un insieme di corpo e di mente:

“L’uomo è fatto di corpo e di mente. L’uomo moderno è fatto solo di mente e ha perduto una componente della propria natura. Lo sport gliela restituisce e lo riporta alla sua condizione naturale. Viva lo sport e viva quei 10 ragazzi, che fanno sport nel senso più bello e vero del termine.”

Pensiamo sia proprio così, ma forse è il caso di approfondire (appena un po’) l’argomentazione, onde evitare una certa genericità tipica delle asserzioni sintetiche.

L’uomo moderno è fatto di mente, non più come il suo antenato antropologico di corpo e di mente, in un binomio indissolubile che gli ha consentito l’incredibile evoluzione. Ma così facendo, con l’andare dei millenni, ha progressivamente “dimenticato” le sue funzioni fisiche, per accentuare quelle mentali che gli hanno contribuito tante conquiste in tutti i campi. Le sue capacità fisiche si sono via via atrofizzate, e hanno lasciato il posto, facendosi sostituire, da attrezzi, da artifici meccanici, sofisticati e perfetti. Gli esempi da addurre sono talmente scontati e ovvi che non sarebbe il caso di citarne nemmeno uno. Però, un’eccezione vorremmo farla: che si legga (o si rilegga) il finale de “La coscienza di Zeno”, di Italo Svevo, laddove l’autore mediante una pagina lucidissima e profetica ammonisce l’umanità sul suo deprecabile istinto di farsi sostituire nella vita quotidiana dalle macchine. L’uomo moderno si è indebolito. E si è, di conseguenza, ammalato, non tanto e non soltanto nel corpo…

Lo sport, in tutte le sue espressioni, quello praticato s’intende, quello che ci consente di sudare, di assaporare quotidianamente la fatica, la sopportazione del dolore, la gioia di ottenere certi risultati, e via discorrendo, pone un rimedio alla nostra pratica impossibilità di attivare quelle componenti fisiche che in altro modo mai avremmo la possibilità di farlo. A parte naturalmente quelli che praticano certi sport… per altri motivi, come ad esempio il nuoto, i migranti dai barconi stracarichi di disperati, i raccoglitori di prodotti agricoli in campagna agli ordini di non meglio identificati sottufficiali detti caporali, i lavoratori nelle miniere, eccetera eccetera; tutta gente sportiva non per vocazione indotta per necessità, sia economica che politica.

Viva lo sport, quindi, e viva quei 10 ragazzi rifugiati, che si sono “rifugiati” nello sport, che è l’unica grande e bella occasione di ricordarci quello che siamo e quello che dovremmo essere: uniti e affratellati nel nome dello sport, esseri umani dotati di corpo e di mente che agiscono per il Bene collettivo. A tutti loro, daremmo la “Medaglia del Vero Spirito Sportivo” istituita da Pierre de Coubertin nelle Olimpiadi di Anversa del 1920.

 

 

 

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