Quel nastro strappato di Abdon Pamich

Alcune gare memorabili sono contrassegnate, oltre che dai tempi, dai record, dal prestigio delle vittorie, anche da certi gesti, che a volte restano per decenni nella mente degli spettatori. Sono gesti che magari sfuggono agli stessi atleti, perché li compiono inavvertitamente, ancora come sono in preda pamich_sequenza_tokyoa quell’adrenalina che li ha pervasi nella competizione. Prendiamo Abdon Pamich, per esempio, e quel suo nastro strappato quando vinse a Tokio, nel 1964, l’oro olimpico della 50 km di marcia.

Quel gesto era il risultato della delusione dell’atleta nel corso dell’Olimpiade precedente, Roma, quando Pamich arrivò terzo assoluto, meritandosi un ottimo bronzo, ma che gli era parso un risultato non altezza delle sue possibilità. Vari fattori concorsero a rendergli quella edizione dei Giochi Olimpici indimenticabile, nel senso deteriore del termine. Innanzitutto, la pretesa della equipe che lo seguiva di fargli svolgere allenamenti collegiali e di non fargli fare alcune gare preparatorie, per affinare la preparazione. Inoltre, a quei tempi, il partire sotto a un caldo torrido alle due del pomeriggio, e senza rifornimenti per i primi 10 km, acuiva il senso d’insofferenza di Pamich verso quelle che gli sembravano costrizioni. Andò come andò, finì come finì. Pamich terzo, con un buon recupero nel finale, ma nettamente preceduto prima dal britannico Donald Thompson e poi dallo svedese John Ljungreen; avversari degnissimi, per carità, ma che lui in cuor suo sapeva di poter battere, se si fosse allenato come avrebbe voluto.

A Tokio infatti, quattro anni dopo, fu molto diverso. Pamich venne lasciato libero di prepararsi come voleva. Fece tutto da solo, con al seguito solo il suo allenatore, fidato e silente, che gli ricordava tantissimo il suo primissimo allenatore, Giuseppe Malaspina, colui che lo aveva introdotto nel mondo della marcia e che lo aveva conquistato per la sua incredibile passione per la disciplina e per la sua assoluta dedizione per gli atleti che seguiva, senza chiedere in cambio risultati e obiettivi. Andò come andò, finì come finì. Pamich trionfò. E pensare che durante la gara, a causa di un tè freddo, ebbe dei problemi gastrici che lo obbligarono a fermarsi. Ma la determinazione era tanta, troppa. Recuperò tutte le posizioni e giunse solitario al traguardo. Eccolo il momento: egli giunge al traguardo. Nell’attimo stesso che tocca il nastro dell’arrivo, lo afferra con le mani e lo strappa in un modo che è violento come solo una grande passione e una grande sofferenza precedente può giustificare. Molto probabilmente, il suo fu un gesto inconsapevole, istintivo, non calcolato. Ma quello che è rimasto negli occhi dei tifosi italiani è solo il sapore di una lacrima dolcissima.

 Per la cronaca: il record olimpico della 50 km di marcia, lo detiene ancora Abdon Pamich….

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