Cambiare vita podistica: come, quando e perché

Può venire un momento nella vita di un podista che non si ha più voglia di soffrire come una volta, di non accettare di buon grado carichi di lavoro stressanti, allenamenti faticosi che mettono a dura prova la capacità psicofisica di sopportare certe tensioni. Sicuramente, è un sintomo di stanchezza, che il buon podista deve saper ascoltare, ma può essere molto più semplicemente la prova che in unimages (3)a determinata gara, nella quale si erano riposte tutte le aspettative agonistiche, si sono ormai sperimentate e praticate tutte le possibilità personali. Potrebbe essere il caso di modificare, per così dire, il “piano agonistico” e di rivolgersi quindi ad un’altra tipologia di gara. Se ad esempio si è stati soliti  gareggiare nelle 10 km, dove si deve mantenere ed allenare un certo ritmo consono alla specialità, optare per una gara più lunga, poniamo una 21 km, dove si deve imparare a gestire il ritmo con una differente impostazione di corsa soprattutto negli allenamenti, si potrebbero trarre inaspettati stimoli e sorprendenti miglioramenti perfino sul piano della gratificazione personale.

Cambiare vita podista, dunque, si può e, in alcuni casi, si deve. Vediamo di ipotizzare il “come, il “quando” e il “perché”, ricordando sempre che ogni podista è un soggetto a parte, con una sua storia del tutto particolare e che pertanto quelli che seguono sono solo semplici suggerimenti.

La prima cosa da indicare è purtroppo la possibilità che ci si possa infortunare, dal momento che una sopraggiunta impossibilità a proseguire determinati allenamenti per una determinata gara, vanifica tutta la programmazione fino a quel momento portata avanti. Il podista, in questo malaugurato caso, opterà una variante agli allenamenti, calibrandoli sulla nuova gara, enfatizzando i lavori di tipo aerobici, ad esempio, rispetto a quelli anaerobici; o se si trattasse di partecipare ad una gara in salita, ad esempio, si preferiranno lavori specifici, come ripetute in salite o percorsi collinari. Una cosa importante, nei casi di sopravvenuto infortunio, e qui veniamo alla dimensione psicofisica dell’atleta, è di non abbattersi e di considerare piuttosto il bicchiere sempre mezzo pieno: la nuova dimensione podistica che si prospetta potrebbe rivelarsi perfino più bella, stimolante e per questo soddisfacente.

Altro aspetto da prendere in considerazione è il raggiungimento o meno degli obiettivi che il podista si era prefissato. Se questi tardano ad arrivare, può accadere che nella psiche del podista comincino ad affacciarsi dei preoccupanti segnali di sfiducia n100km-del-Passatore-3479elle proprie possibilità. A parte il fatto che gli insuccessi registrati potrebbero essere semplicemente il segnale di un logorio fisico del tutto naturale, da accettare salomonicamente, questa condizione spesso si verifica quando il podista partecipa a troppe gare; quindi, operare una certa selezione e diluire nel tempo le proprie energie psicofisiche e molto probabilmente condizione necessaria per supportare meglio i grandi carichi di lavori che la corsa prolungata inevitabilmente comporta. Cioè, più che puntare sulla quantità delle gare, sarebbe meglio puntare sulla loro qualità.

Nel caso in cui si passi a preparare gare più lunghe, con l’obiettivo di mantenere per più tempo il ritmo di corsa, sia pure ovviamente con un ritmo meno veloce, la variazione delle prove di velocità può costituire perfino un incremento della voglia di correre, costituita dalla novità di effettuare allenamenti diversi rispetto a quelli del passato e verosimilmente meno stressanti. Ad esempio le ripetute, che tanto stancano (anche mentalmente) il podista, sostituite da allenamenti di progressione di velocità, o da fartrlek (ricordiamolo, fartlek significa “gioco” di velocità…), di sicuro porteranno tutti i benefici possibili dalla rinnovata gioia di allenarsi serenamente. Se poi invece il podista in questione dovesse optare per “collezionare” tutta una serie di corse lunghe, per ascriverle come numero di gare a cui si è partecipato, ben venga anche questa possibilità, perché è pur sempre un obiettivo rispettabile, che per conseguirlo, necessità di impegno e di dedizione, materiali indispensabili nel bagaglio del buon podista.

Insomma, stiamo affermando che il podista deve sapersi conoscere, che deve cioè continuamente interrogarsi su ciò che gli capita, senza prendersi in giro o illudersi che quello che gli sembra di riscontare nel suo fisico e nella sua mente sia una questione trascurabile, o che sia solamente un fattore transitorio capitatogli per avventura. Avere dei dubbi o delle perplessità sulle proprie condizioni non è sinonimo di debolezza, ma è il segnale che il nostro corpo ci manda per poter “dialogare” con noi. Prendere quindi una decisione volta al cambiamento, vuol dire rispettare la nostra natura che è in continua evoluzione.

 

 

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