Quando gli anni podistici cominciano a pesare

Arriva il momento, improvviso e inaspettato, in cui il podista “sente” un qualcosa di strano, mai in precedenza avvertito; può essere un affanno, un muscolo di cui ignorava l’esistenza, una strana voglia di non fpodisti anzianiare quel determinato tipo di allenamento, la sorprendente presenza di cuscinetti all’altezza dell’addome, eccetera eccetera: sono gli anni podistici che cominciano a pesare.

Il nostro corpo è sempre un ottimo rivelatore della condizione psicofisica che attraversiamo, simile ad uno specchio di fronte al quale non possiamo mentire. Meglio, oltre all’immagine che ci pone realisticamente davanti, esso ci fa’ presagire le cose che già sono al nostro interno in movimento, ma che noi non possiamo ancora sapere, per la particolare condizione dei nostri organi di senso, tutti rivolti all’esterno, o al limite alla percezione superficiale delle cose. Se ci facciamo caso, fra i 5 sensi (vista, udito, gusto, tatto e odorato) non c’è nessuno che “badi e ci avverta” di ciò che accade al nostro interno. Sta a noi saperlo interpretare e molti ritengono che consista in questo la vera saggezza per un uomo (l’usato e abusato “conosci te stesso”). E quello che vale per l’uomo, pensiamo noi, vale… anche per il podista, che si “guarderà” attentamente dentro, si “ascolterà”, coscienziosamente, “toccherà” con mano la sua situazione, si “annuserà” e “sentirà” delle cose di cui dovrà tenerne necessariamente conto.

Sulla scorta di questa premessa che vorremmo definire fisiologica, comune a tutti i podisti, sia che in gioventù abbiano praticato un qualche sport, sia che abbiano avuto in passato solo esperienze di… sedentarietà, bisogna precisare che il processo dell’invecchiamento corporeo comincia dopo i trent’anni, con i fatidici “anta”. Le cause sono svariate: il metabolismo rallenta, il peso del corpo comincia ad aumentare, i mupodisti antascoli sembrano perdere efficienza, le cartilagini si fanno sentire come mai in precedenza, e cose di questo tipo. La cosa importante da fare quando si hanno queste avvisaglie, è considerare con calma l’ineluttabilità della condizione sopravvenuta e che, da questo momento in poi, le perfomance saranno svolte con “cognizione di causa”, non come fino ad allora, senza nemmeno rendersi conto cosa il corpo effettivamente facesse. In una sola parola, “gestiremo” la situazione.

I modi che consentono al podista “anta” di ben cimentarsi, ancora e nonostante, nelle gare sono svariati. Innanzitutto, frequenterà una palestra, per rinforzare  muscoli e tendini a livello preventivo. Contemporaneamente, ridurrà l’apporto calorico, nel caso fosse abituato ad una alimentazione, diciamo così, non attentissima: un primo piatto e un secondo distribuiti nell’arco dell’intera giornata, senza considerare tutto il resto, basta e avanza, in questo momento. Diventerà quasi obbligatorio fare dello stretching, prima e dopo l’allenamento. Così come pensare di cominciare a ridurre la quantità e la qualità di certi “lavori”. E possibilmente, mai più svolgere due sedute consecutive di allenamenti specifici: molto meglio far seguire una corsa lenta rigenerante ad una corsa impegnata del giorno precedente.

E’ consigliabile evitare gare troppo ravvicinate, specialmente se sono di differente chilometraggio, perché da questo momento ogni gara dovrà ancora di più essere preparata con meticolosità e senza nessuna improvvisazione, o slancio, come magari uno stato di forma eccellente sembrerebbe suggerire. Infine, una cosa che può sembrare strana, in questo contesto, ma non lo è: non bisogna fermarsi. Con gli “anta” e con le novità che essi comportano, il corpo scopre anche il piacere del riposo, della… “poltrona”, sprofondando in un dolce far niente che diventa poi difficile smuovere. E’ il caso di dire: chi si ferma è perduto!

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