L’antipodista per eccellenza: mia moglie (muglierema)

Posso senz’altro affermare , a parte gli ultimi anni che mi vedono trascinare la mia logora carcassa, che la mia “carriera” podistica è stata costellata da numerosi successi e da tanta, tanta gioia di praticare questa bellissima disritratto e fotociplina. Tuttavia, durante gli oltre trent’anni di attività, ho avuto sempre accanto a me una terribile avversaria, un’acerrima nemica della mia passione, una… “antipodista” che non auguro a nessuno: muglierema.

Fin dai miei esordi podistici, memore dei trascorsi del servizio militare e complice una stracittadina a cui partecipai (con un risultato cronometrico sconfortante…), lei ha sempre etichettato il tutto con una inequivocabile espressione: scimità.

Anche quando cominciai a vincere dei premi, specialmente se erano coppe o medaglie, quel suo scimità era il suono che sentivo al mio ritorno a casa. Invece, muglierema, restava stranamente muta, allorché mi ritiravo con un cesto di prodotti alimentari. Le erano graditi in special modo olio, salumi e formaggi, mentre i dolciumi li riservava ai figli. In questo, e solo in questo, rispettava il volere della nonna, ‘a mamma soja, che stravedeva per i nipotini.

Le volte che lei, come io le dicevo per sdrammatizzare, mi spizzava ‘e passi, erano innumerevoli, ma qui io voglio ricordarne qualcuno, fra i più clamorosi. In particolare, quello riguardante un lunghissimo che dovevo fare in vista di una maratona. Ora, ogni podista sa perfettamente che quando “si deve fare un lunghissimo” si deve fare. Ebbene, quella volta, fui costretto dai casi della vita (professionale) a correre di sera tardi (io mi allenavo sempre di mattino presto…) e sotto una pioggia molto fitta. Corsi i miei 37 km e tornai a casa tutto, ma tutto!, fradicio. Stranamente, lei era rimasta sveglia (erano le undici e mezza…). Mi disse:

Ije ‘o sapevo ca iri scemo, ma maje fino a chistu punto…

A volte le dicevo che andavo a fare “un lavoro”. Sapete certamente che nel gergo podistico “fare un lavoro” significa sostenere un allenamento piuttosto impegnativo. Ma mia moglie, fin dalla prima volta ( in questo devo riconoscerle una grande coerenza…), ha sempre detto:la figlia

E quant’ uaragn’?

Insomma, podisticamente parlando, non è stato agevole correre tanti anni con lei a fianco, anzi, a casa. Uno, un podista, un agonista, un guerriero, quando torna a casa dopo una battaglia, dopo una gara, si aspetterebbe una donna che, con garbo e dolcezza, lo accudisse. E invece lei, niente! Nel tempo, ha fatto solo eccezione quando la figlia correva (cat. Ragazze e Cadetti). Quando poi io le protestavo la cosa, sul perché con la figlia non avesse niente da dire circa il podismo che praticava, mi rispondeva sempre nell’inequivocabile (e irritante…) modo:

l'avvocatoE chella m’è figlia, tu nun me si niente!

  Il guaio che lei è anche avvocato e una separazione, un divorzio, non mi apporterebbe, nel podistico, nessun beneficio. Anzi, “correrei” il serio rischio di non avere più le risorse, fisiche ed economiche, per possedere quella che lei mi ha sempre accusato di avere, e cioè:

’A capa fresca!

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