La cura dei dettagli

dettagliL’atleta si vede dalla cura dei dettagli. Anzi, qualsiasi persona, sia essa sportiva oppure no, si vede dalla cura dei dettagli che mette nello svolgimento della sua attività, se affronta l’evenienza con impegno oppure con superficialità e leggerezza. E la stessa attività, se corredata dalla cura dei dettagli, diventerà agli occhi di chi la osserva, bella, cioè ben fatta, che poi è la stessa cosa.
Una cosa bella, ad esempio, è lavorata fin nei minimi particolari, in quelli che si chiamano, per l’appunto, dettagli. L’osservatore di un oggetto si sofferma poco sull’oggetto osservato, se lo trova piatto, semplice, superficiale. Si pensi a un disegno di un bambino delle elementari. Si avrà il cuore intenerito, si dirà pure “bello…!”, ma si tratterrà di un apprezzamento dell’opera di un bambino, della sua sensibilità in formazione, della sua genuinità. E si sarà detto bene, per carità, si sarà detto, per certi aspetti, anche la verità. Ma se osserviamo un oggetto più elaborato, ad esempio un dipinto di Caravaggio, non lo troveremo piatto, semplice e superficiale. Anzi. Saremo subito occupati a impiegare un po’ di tempo nel notare quelle mani disegnate con cura quasi “maniacale”, quei capelli così attorcigliati e definiti da sembrare veri, quella luce che si effonde come per magia su tutta la tela. Ed altre cose che colpiranno la nostra attenzione via via che guarderemo l’opera. Diremo, anzi non avremo la forza di dirlo perché saremo senza fiato, penseremo “bello…!”, e si tratterrà di un apprezzamento dell’opera di un artista, della sua sensibilità, della sua genialità. E avremo pensato bene, per carità, perché saremo stati al cospetto della genialità.
Ora, prendiamo un persona, un appassionato della corsa che voglia prepararsi per una gara, o che voglia semplicemente correre per il solo gusto di farlo. Come faremo a distinguere la sua intenzione? Magari lo incrociamo sulla strada mentre ci alleniamo e ci chiediamo, osservandolo per qualche istante, se possiamo accompagnarci al “collega”.
Supponendo che noi si sia un podista di media levatura, la prima cosa che si guarda da lontano, è lo stile di corsa, che depone immediatamente a suo favore e/o sfavore: se la schiena è dritta ma non rigida, se le spalle sono rilassate, se le braccia scorrono sciolte all’altezza delle anche, se la falcata è ampia o corta, se l’appoggio è col tallone o con l’avampiede. Insomma, si fa’ un rapido “check up”.
Ma è quando osserviamo da vicino che stabiliamo la dimensione podistica di chi incrociamo, perché abbiamo la visione diretta e precisa dei dettagli. La nostra attenzione si posa immediatamente sulle scarpe, e non di certo per il colore o per il disegno e nemmeno per la marca. Se fossimo entrambi sovrappeso e lentissimi, magari chiederei il prezzo, il negozio dove le ha comperate, come le trova, eccetera. Invece, corriamo con una certa lena e siamo interessati ai dettagli, magari anche per prendere qualche appunto per migliorare le nostre prestazioni.
Dal tipo di andatura che facciamo capisco che la scarpa è una A3, quella che una volta si chiamava “intermedia”. Stiamo correndo una sorta di corsa media, e ci sta bene. I rinforzi alla tomaia non sono troppo rigidi, la traspirazione è garantita e la suola alla conchiglia non è molto rialzata. I calzini sono corti e leggeri, non di spugna. E il resto dell’abbigliamento? La temperatura non è proprio calda, per cui un minimo di protezione è quanto meno opportuna. I pantaloncini sono aperti, ma il busto è protetto da una maglietta a maniche lunghe, in materiale tecnico e a strisce catarifrangenti. Non è il caso d’indossare guanti e cappellino, onde evitare surriscaldamenti nelle parti interessate, ma una striscia tergisudore alla fronte è buona, per evitare che qualche goccia di sudore, caduta all’improvviso sugli occhi, possa causare deconcentrazione. Abbiamo al polso il cronometro, che ad ogni km controlliamo.
Stiamo correndo proprio bene: abbiamo avuto cura dei dettagli.

“Ciao, come ti chiami?”
“Ciro, e tu?”
“Peppe”
“Ci vediamo domani?”
“Sì, ciao!”.

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